Petrolio, brent sfiora i 120 dollari: Trump inasprisce il blocco, l’Iran parla di «azione senza precedenti»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Sul mercato energetico globale, la cui volatilità sembra non conoscere tregua, si è abbattuto l’ennesimo, violento scossone. Il contratto future con scadenza a giugno del Brent ha toccato un picco intraday di 119,17 dollari al barile, avvicinandosi pericolosamente – e toccando un livello che non si vedeva da mesi – alla soglia psicologica dei 120 dollari. Una tensione, quella sul prezzo del greggio, che si alimenta delle crescenti difficoltà legate alla saturazione dello Stretto di Hormuz, il cui blocco, ormai prolungato, continua a mordere i flussi commerciali globali. Il Wti, analogamente, ha seguito questa traiettoria ascendente, volando a quota 106,4 dollari con un incremento del 6,5%, segnale inequivocabile di un mercato che prezza il rischio geopolitico ai massimi termini.

La risposta militata di Teheran e la strategia della Casa Bianca

Il fronte diplomatico, in questo contesto, appare completamente ghiacciato. In una sorta di escalation verbale che precede – o forse accompagna – le manovre navali nel Golfo, l’Iran ha alzato il tiro. Se il blocco navale statunitense dovesse continuare, ha fatto sapere una fonte informata citata dai media di Stato, l’incontro sarà con una «azione militare pratica e senza precedenti». Una minaccia, quella di Teheran, che presuppone un’intensificazione delle violenze oltre il semplice stop al traffico di petroliere, e che restituisce l’idea di una crisi ormai fuori controllo. A controbilanciare queste dichiarazioni, dall’altra parte della scacchiera, è arrivata la voce del presidente americano. Nel corso di una cena di Stato dedicata a re Carlo, ha detto di aver «militarmente sconfitto» l’avversario, sostenendo che gli Stati Uniti stanno «andando molto bene» in questa guerra, e aggiungendo – con una concessione al sovrano inglese – che non permetteranno mai a quell’avversario di dotarsi di un’arma nucleare.

Segnali contrastanti dal mercato e gli investitori guardano avanti

Le prospettive, come spesso accade in questi frangenti, dividono gli analisti e spiazzano i trader. C’è però un dettaglio tecnico, sfuggito ai più nella furia rialzista, che merita attenzione. Il future con scadenza a luglio dello stesso Brent, sebbene influenzato dalle stesse dinamiche belliche, viene scambiato a un prezzo sensibilmente inferiore, attestandosi intorno ai 105 dollari. Questa differenza, nota nel gergo come *backwardation* accentuata, segnala che gli investitori istituzionali, pur riconoscendo l’emergenza attuale, iniziano a scommettere su una parziale soluzione della crisi entro i prossimi mesi. È la razionalità del mercato che prova a scalfire la paura immediata, nella speranza che il canale di Hormuz possa riaprirsi prima del previsto.

Piazze finanziarie in affanno tra inflazione e caro-energia

L’effetto domino, inevitabile, si è riversato sulle principali piazze finanziarie del Vecchio Continente, dove l’avversione al rischio ha preso il sopravvento. Piazza Affari ha archiviato la seduta in negativo, segnando un calo dello 0,51%, una frenata che cancella solo in parte il rimbalzo dello 0,77% registrato nella giornata precedente. La prospettiva di un caro petrolio prolungato, alimentando le pressioni inflazionistiche, rischia di soffocare la ripresa economica delle nazioni importatrici di energia, quelle europee in testa. Un circolo vizioso, quello tra conflitto e rincari, dove ogni dichiarazione ufficiale pesa come un macigno sui listini. E con il presidente Trump che, in un post accompagnato da una foto manipolata che lo ritrae con una mitragliatrice, ha tuonato che «l’Iran farebbe meglio a diventare intelligente in fretta», la volatilità non accenna a diminuire.

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