Iran, chiarimenti sulla sorte di Erfan Soltani mentre Washington inasprisce le sanzioni
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Redazione Esteri
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La magistratura iraniana, attraverso i media statali, ha precisato che Erfan Soltani, il 26enne arrestato l'8 gennaio durante una manifestazione a Fardis, non è stato condannato a morte, smentendo quanto precedentemente denunciato dall'organizzazione curda per i diritti umani Hengaw. L'ente, che aveva lanciato l'allarme parlando di un'imminente esecuzione e di una comunicazione diretta alla famiglia, non aveva fornito, a quanto pare, informazioni corrispondenti alla realtà giudiziaria. Soltani, stando alle dichiarazioni ufficiali, è invece accusato di "collusione contro la sicurezza interna del Paese e attività di propaganda contro il regime", reati che, pur gravissimi nel codice penale iraniano, non comportano in questo caso la pena capitale.
Il doppio binario della pressione internazionale
Parallelamente alle vicende giudiziarie dei singoli manifestanti, la comunità internazionale, e in particolare gli Stati Uniti con il presidente Donald Trump alla guida, ha deciso di alzare il livello della pressione economica e diplomatica su Teheran. L'amministrazione americana, infatti, ha varato un nuovo pacchetto di sanzioni mirate che colpiscono, come annunciato dal segretario al Tesoro Scott Bessent, sia i funzionari ritenuti responsabili della repressione violenta delle proteste sia le intricate reti finanziarie che sostengono l'élite al potere. Tra i soggetti designati compare, secondo le fonti di cronaca, anche Ali Larijani, figura di lungo corso e segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, indicato come uno degli artefici della risposta alle piazze.
L'obiettivo dichiarato: colpire le finanze del regime
Le misure restrittive, che si inseriscono in un contesto già profondamente segnato dalle tensioni per il programma nucleare iraniano, non prendono di mira solamente individui specifici. Bessent, su indicazione di Trump, ha spiegato che l'azione punta a paralizzare "le reti bancarie ombra che consentono all'élite iraniana di rubare e riciclare i profitti generati dalle risorse naturali del Paese", colpendo così uno dei meccanismi vitali per la sopravvivenza finanziaria del establishment. Questa mossa, definita da alcuni osservatori come un tentativo di "colpo decisivo" alle casse del regime, segue di poco la riapertura dello spazio aereo iraniano e le rassicurazioni, peraltro non verificate in modo indipendente, provenienti da Teheran secondo le quali Trump avrebbe garantito di non voler attaccare militarmente il paese.
Una crisi dai molteplici fronti
La situazione sul territorio iraniano, dopo settimane di mobilitazione e di una repressione che ha causato, secondo organizzazioni non governative, numerose vittime, appare in una fase di stallo apparente. Le proteste, le più ampie della storia della Repubblica Islamica, sembrano essersi attenuate, un fatto che molti attribuiscono alla durezza dell'intervento delle forze di sicurezza e al prolungato blackout di internet che per giorni ha isolato il paese dal mondo. Le nuove sanzioni statunitensi, concentrate sulla sfera economica e personale dei vertici, rappresentano ora un fronte ulteriore per un governo che si trova a dover gestire contemporaneamente il malcontento interno e un crescente isolamento finanziario, mentre il presidente Trump mantiene un profilo pubblico che oscilla tra la minaccia della forza e la guerra economica.




