Bce, la guerra in Iran accelera l’inflazione e inasprisce lo scontro con l’America

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’escalation militare in Iran sta ridefinendo gli equilibri economici dell’eurozona con una rapidità che nemmeno i più pessimisti dei banchieri centrali avevano preventivato a inizio anno; è in questo contesto di rinnovata turbolenza che si inseriscono le dichiarazioni, pressoché simultanee, di due pesi massimi del Consiglio direttivo. Peter Kazimir, governatore della National Bank of Slovakia, ha infatti posto l’accento su una correlazione, a suo dire ineludibile: più a lungo si protrarrà il conflitto, tanto maggiore sarà il rischio inflazionistico, rendendo indispensabile un intervento deciso e tempestivo da parte di Francoforte. Un concetto, questo della tempestività, che riecheggia come un monito a non ripetere gli errori di valutazione commessi durante la crisi energetica del 2022.

Se Kazimir si concentra sulla durata del conflitto, il suo collega Boris Vujcic, banchiere croato e membro influente del board, ha scelto di ragionare sulle aspettative. Intervenendo martedì a Zagabria, Vujcic ha liquidato come “non affatto una sorpresa” l’aumento delle attese inflazionistiche, ribadendo un concetto che, a sentire lui, era già stato chiarito nei tavoli tecnici: l’inflazione, legata a doppio filo agli eventi in Medio Oriente, sarebbe salita inevitabilmente. Il suo ragionamento si fa più minuzioso quando scende nel dettaglio dei meccanismi di trasmissione dello shock, avvertendo che i danni alle infrastrutture energetiche – non il semplice rialzo contingente delle quotazioni – rappresentano il vero moltiplicatore di pressioni sui prezzi al consumo.

L’energia mette il turbo ai prezzi e la riunione del G7 si infiamma

La sostanza di questi allarmi trova conferma nei numeri appena diffusi da Eurostat: la prima stima flash sull’inflazione di marzo racconta di un balzo della componente energetica del 6,8% rispetto al mese precedente, un dato che riaccende i timori di una spirale capace di contaminare a cascata i costi di trasporto, la produzione industriale e, infine, i listini dei beni e servizi. Sono questi i presupposti oggettivi che hanno fatto da sfondo a un confronto teso, se non apertamente conflittuale, durante l’ultima riunione del G7. A quanto risulta, Christine Lagarde, alla guida della Bce, si è trovata ai ferri corti con la controparte americana, dando voce a una crescente insofferenza europea verso la gestione del conflitto da parte dell’amministrazione guidata da Donald Trump.

Le divergenze emerse nel corso del vertice tra le più alte autorità monetarie e finanziarie rivelano una frattura profonda. Da un lato, secondo quanto trapela, il governo americano avrebbe cercato di minimizzare la portata delle ripercussioni, definendo le interruzioni delle rotte commerciali – incluso il nodo strategico dello Stretto di Hormuz – come fenomeni temporanei destinati a rientrare. Dall’altro, Lagarde ha sostenuto una tesi diametralmente opposta, sottolineando come la distruzione di infrastrutture essenziali per l’estrazione e la raffinazione del petrolio abbia carattere permanente, producendo effetti economici “duraturi” e ben più complessi da gestire rispetto a un semplice picco speculativo.

Inflazione core e rischi di stagnazione

Il banchiere croato Vujcic, in un’altra occasione, aveva descritto con precisione il dilemma che ora stringe la Bce: sebbene non si sia ancora entrati in una fase di “stagflazione” conclamata – quella pericolosa combinazione di stagnazione economica e inflazione alta – è evidente che il rischio si sta muovendo rapidamente in quella direzione. Le sue osservazioni implicano una difficoltà tecnica non banale per l’Eurotower, chiamata a navigare tra la necessità di frenare i prezzi senza strozzare una ripresa già resa fragile dall’incertezza geopolitica.

La posizione di Kazimir si spinge forse un passo oltre, evocando l’ipotesi di un “intervento deciso” che, nel gergo della banca centrale, richiama alla memoria le manovre sui tassi d’interesse. L’analisi della situazione si complica ulteriormente se si incrociano le proiezioni con i dati reali: l’aumento delle quotazioni di petrolio e gas si riflette già sui bilanci delle imprese, e gli analisti attendono con ansia i prossimi aggiornamenti sulle stime di crescita, consapevoli che l’effetto combinato di un’energia cara e prolungata potrebbe vanificare le previsioni di ripresa per la seconda metà dell’anno. La guerra in Iran, insomma, sta riportando il fronte dell’inflazione al centro del dibattito, proprio mentre i fragili equilibri diplomatici tra Washington e i partner europei sembrano incrinarsi sotto il peso di una valutazione diametralmente opposta della realtà.

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