La Bce e l’incertezza della guerra in Iran: tassi fermi il 19 marzo, ma lo spettro dell’inflazione attesa incombe sul futuro

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il Consiglio direttivo della Banca centrale europea si riunirà il 19 marzo, e tutto lascia presagire che da Francoforte non arriverà alcuna modifica del costo del denaro. Non si tratta, badiamo bene, di un’indifferenza dell’istituto guidato da Christine Lagarde rispetto alle turbolenze in corso, ma piuttosto del contrario: è proprio l’eccezionalità del momento, segnato dall’escalation del conflitto in Iran e dal conseguente shock energetico, a imporre la massima prudenza. La stessa Lagarde, del resto, aveva utilizzato parole nette il 10 marzo, parlando di un’incertezza e una volatilità “assolutamente sorprendente”, priva di equivalenti persino nel turbolento 2022, l’anno dell’invasione russa dell’Ucraina. Il vicepresidente Luis de Guindos ha rincarato la dose, avvertendo che la volatilità dei mercati finanziari potrebbe amplificare gli effetti economici del rincaro delle materie prime, invitando a mantenere la calma e a non prendere decisioni affrettate. La posizione prevalente tra i banchieri centrali, almeno per il momento, è quella di “guardare oltre”, per usare un termine tecnico, cercando di distinguere tra un rialzo temporaneo dei prezzi energetici e uno strutturale. Pierre Wunsch, governatore belga, è stato esplicito: non bisogna affrettarsi a reagire, ma aspettare di capire se l’aumento sarà consistente e duraturo.

Eppure, se da un lato l’approccio attendista sembra accomunare la maggioranza dei membri del board, dall’altro iniziano a sentirsi voci che non nascondono una crescente preoccupazione. La guerra in Iran e il suo impatto sull’inflazione, come ha sottolineato Peter Kazimir, governatore della banca centrale slovacca, rischiano di costringere la Bce a riconsiderare i propri piani. Kazimir, in un’intervista a Bloomberg, ha dichiarato che l’equilibrio dei rischi per l’inflazione si è chiaramente spostato al rialzo, e che una reazione dell’istituto potrebbe essere più vicina di quanto molti pensino. Il timore, condiviso da altri falchi del consiglio, è che le aziende, memori degli anni dell’alta inflazione, trasferiscano ora i maggiori costi energetici sui prezzi finali molto più rapidamente rispetto al passato, innescando una nuova spirale prezzi-salari. Le aspettative di inflazione, dunque, diventano la variabile cruciale da monitorare: se dovessero muoversi al rialzo in modo persistente, allora Francoforte sarebbe costretta a intervenire, anche prima del previsto.

Lo spettro del 2022 e il difficile bilanciamento tra crescita e prezzi

La lezione imparata a proprie spese dopo lo scoppio della guerra in Ucraina è ancora impressa nella memoria dei policymaker. Allora la Bce fu criticata per essere intervenuta troppo tardi, quando l’inflazione aveva già galoppato a livelli a doppia cifra, costringendola a una serie di rialzi dei tassi senza precedenti per velocità e intensità. Oggi, di fronte a un nuovo shock energetico, la narrazione ufficiale è quella di una vigilanza estrema, ma senza scatti d’orgoglio. Il problema è che lo scenario è persino più complesso di quattro anni fa: se da un lato l’impennata del greggio (il petrolio è balzato da una previsione di 65 a 78 dollari al barile) spinge l’inflazione verso l’alto, dall’altro la stessa tensione geopolitica e il caro-energia rischiano di deprimere la crescita economica, che era attesa in ripresa all’1,2%. Un aumento dei prezzi dell’energia, spiegano gli economisti, ha un effetto recessivo sul Prodotto interno lordo, e potrebbe di fatto compensare, nel medio periodo, le spinte inflazionistiche. Le nuove proiezioni macroeconomiche che verranno presentate proprio nella riunione del 19 marzo, e che Isabel Schnabel ha anticipato inreranno in parte gli ultimi sviluppi, saranno fondamentali per capire la direzione di questi due piatti della bilancia.

Intanto, mentre a Francoforte si pesano con attenzione le parole e i dati, dall’altra parte dell’Oceano la Federal Reserve si prepara a riunirsi il 17 e 18 marzo, in un contesto parzialmente diverso. L’economia americana, forte di una produzione interna di idrocarburi che la rende meno vulnerabile agli shock esterni, sembra meglio attrezzata a gestire la tempesta. Ma anche negli Stati Uniti il quadro è in evoluzione, complice l’imminente cambio al vertice con l’arrivo di Kevin Warsh, nominato dal presidente Trump, che potrebbe portare a un orientamento della politica monetaria meno rigido. In ogni caso, per l’Europa il nodo resta tutto interno: la Bce sa di dover navigare a vista, in un contesto in cui la variabile bellica e le sue ricadute energetiche cambiano di ora in ora. Per questo, il 19 marzo, ci si aspetta una conferma dello status quo, ma con un occhio di riguardo alle parole che Lagarde userà per descrivere il futuro. Il Consiglio direttivo, come ripetuto più volte, manterrà un approccio agile e data-dipendente, decisione dopo decisione, aspettando di capire se l’incendio in Medio Oriente sarà solo un falò destinato a spegnersi o un rogo capace di cambiare il paesaggio economico europeo per gli anni a venire.

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Description: La Bce si riunisce il 19 marzo. Tassi fermi per ora, ma lo shock energetico della guerra in Iran preoccupa Francoforte e riaccende i timori sull'inflazione.

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