Lo zar è più solo, mentre Trump alza la posta
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Redazione Esteri
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La “partnership senza limiti” siglata tra Mosca e Pechino, che aveva sollevato non poche preoccupazioni in Occidente, dimostra di avere delle crepe più profonde di quanto non si potesse immaginare. Se da un lato il Cremlino, stretto nella morsa delle sanzioni, ha un disperato bisogno di liquidità e di armamenti per sostenere lo sforzo bellico, dall’altro la Cina, la cui economia procede a fasi alterne, persegue con pragmatismo il proprio interesse nazionale, che non sempre coincide con quello dell’alleato. Non si spiegherebbe altrimenti la decisione dei colossi energetici di stato cinesi – tra i quali spiccano i nomi di PetroChina e Sinopec – di sospendere, almeno nel breve termine, gli acquisti di greggio russo trasportato per via marittima; una mossa che, privando il bilancio di Mosca di ingenti risorse, ne mina la stabilità finanziaria. A questa scelta, dettata da calcoli economici e dalla volontà di non esporsi eccessivamente sul fronte geopolitico, ha fatto immediatamente eco l’analoga decisione del leader indiano Narendra Modi, un altro pilota considerato fondamentale per aggirare l’accerchiamento occidentale, il quale ha a sua volta ridotto gli approvvigionamenti.
Kiev sotto attacco nonostante i segnali di dialogo
Mentre i diplomatici si muovono nelle retrovie, la guerra continua a mietere vittime e a seminare terrore. Nella notte, la capitale ucraina è stata nuovamente presa di mira da un attacco missilistico di cui sono rimaste vittime, secondo quanto riferito dall’amministrazione locale, otto persone. Il sindaco Vitali Klitschko ha parlato di “attacco balistico” attraverso il suo canale Telegram, segnalando che una persona è rimasta ferita nel quartiere di Dnipro, mentre in altre aree della città sono stati registrati diversi incendi e esplosioni. Questi episodi, che si susseguono con tragica regolarità, gettano un’ombra sinistra sulle dichiarazioni ottimistiche che provengono da alcuni ambienti diplomatici, mostrando come la distruzione sul campo proceda in parallelo, e a volte in contraddizione, con i tentativi di trovare una via d’uscita negoziata.
La mossa di Trump e la risposta di Mosca
Sarà pur vero che ufficialmente il Cremlino si dice impermeabile alle pressioni esterne, ma le mosse successive all’annuncio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di un giro di vite sulle principali compagnie petrolifere russe – una manovra studiata per colpire fino all’ottanta per cento delle esportazioni – mostrano una realtà ben diversa. L’immediato invio a Washington del principale emissario economico, Kirill Dmitriev, per colloqui definiti “ufficiali” con le controparti statunitensi, tradisce infatti un’evidente preoccupazione. Dmitriev, che ha dichiarato di ritenere vicina una soluzione diplomatica, sembra essere stato incaricato di saggiare il terreno e di tentare di arginare le conseguenze di una misura che, se applicata con determinazione, potrebbe avere ripercussioni devastanti per un’economia già in affanno.
La coalizione dei volenterosi e l'isolamento di Putin
Dall’altra parte del fronte, intanto, si consolida il fronte dei paesi che sostengono Kiev. In un vertice della cosiddetta coalizione dei volenterosi, il premier britannico Keir Starmer ha indicato senza mezzi termini la sua analisi della situazione, affermando che Vladimir Putin “è l’unica persona che non vuole porre fine a questa guerra”. Starmer, le cui parole risuonano come un monito, ha sottolineato come “è il momento di fare pressione, perché è l’unico modo per fare cambiare idea” al presidente russo e per “portarlo al tavolo delle trattative”. Questo approccio, che unisce il sostegno militare a una strategia diplomatica fondata sulla forza, delinea un quadro in cui il leader del Cremlino, abbandonato da alcuni partner cruciali e confrontato a un avversario statunitense determinato, appare progressivamente più isolato.




