Iran, lo Stretto di Hormuz diventa una trappola: pedaggi in rialzo e divieto alle “navi ostili”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La navigazione nel cuore pulsante del commercio energetico mondiale, quel passaggio obbligato tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman da cui dipende qualcosa come un quinto del petrolio e del gas liquefatto scambiato sul pianeta, si è trasformata in un’incognita quotidiana per centinaia di equipaggi e armatori. A illustrare i contorni della nuova stretta, destinata a ridefinire le regole d’ingaggio in una delle acque più sorvegliate del globo, è stato Ebrahim Azizi, il parlamentare che guida la commissione per la sicurezza nazionale. Secondo quanto riferito dall’alto funzionario, la normativa in discussione – un provvedimento che il Parlamento iraniano intende varare a breve – conferirà ai militari della Repubblica islamica il potere legale di vietare categoricamente il transito a tutte le imbarcazioni classificate come “navi ostili”. Una definizione, quest’ultima, che secondo gli analisti potrebbe applicarsi senza troppi margini di interpretazione a qualsiasi nave battente bandiera occidentale o riconducibile, ancorché indirettamente, a interessi statunitensi o britannici.

Il nodo dei pedaggi e il blocco come arma di ritorsione

Non si tratta, va detto, di una chiusura secca e immediata, quanto piuttosto di un meccanismo a doppio comando: da un lato l’innalzamento dei pedaggi per il transito, dall’altro l’interdizione selettiva basata su criteri di ostilità dichiarati dalle stesse autorità di Teheran. La giustificazione ufficiale, ripetuta dai media statali iraniani, fa leva sulle violazioni del cessate il fuoco da parte degli Stati Uniti – violazioni che, secondo la versione di Teheran, renderebbero impossibile una riapertura normale del corridoio marittimo. In parallelo, come mossa speculare, Washington continua a bloccare le navi dirette o in partenza dai porti iraniani. Una rappresaglia incrociata, insomma, che ha trasformato lo Stretto in un parcheggio forzato lungo una cinquantina di chilometri, il punto più stretto tra la costa iraniana e la penisola arabica.

Duemilaquattrocento marinai in ostaggio del mare bloccato

Il dato più concreto, quello che restituisce la misura umana della crisi, arriva da un’associazione di categoria delle compagnie di navigazione: sono oltre 2.400 i marittimi – un numero destinato probabilmente a crescere – bloccati a bordo di circa 105 petroliere, metaniere e cargo. Lo ha rivelato la Bbc, riprendendo stime diffuse negli ultimi giorni dagli stessi operatori del settore. I filmati diffusi dai media iraniani mostrano una distesa innaturale di scafi fermi, immobili, spettri galleggianti in un tratto di mare dove il traffico era tradizionalmente intenso e frenetico. A bordo la situazione diventa ogni giorno più precaria: cibo e acqua sono rigorosamente razionati, e il numero esatto di giorni di attesa varia nave per nave, senza che nessuna autorità internazionale abbia finora imposto un piano di evacuazione o di rifornimento umanitario.

“Siamo prigionieri in mare”: la paura nascosta sotto coperta

L’allarme, raccolto da alcuni interlocutori sindacali che sono riusciti a mettersi in contatto con gli equipaggi, è stato riassunto in poche parole agghiaccianti: «Siamo prigionieri in mare». Non solo per l’impossibilità di attraccare o di proseguire la rotta, ma anche per la minaccia costante che aleggia da quando i militari iraniani – di fatto già padroni delle acque – hanno intensificato i controlli con droni e postazioni missilistiche a vista. I navigli sono diventate gabbie galleggianti. L’aspetto più inquietante, sottolineato dal capo della commissione sicurezza nazionale Azizi, è che il nuovo disegno di legge mira proprio a rendere permanente e legalmente inattaccabile ciò che oggi è già una pratica sul campo: il controllo armato del transito. Le forze armate iraniane, si legge nella proposta, devono costituire «l’autorità responsabile dello Stretto di Hormuz», con facoltà discrezionale di vietare il passaggio. Un salto di qualità giuridico che trasforma un’occupazione di fatto in una sovranità rivendicata per legge.

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