Bce pronta ad alzare i tassi, e il mutuo diventa un’altra incognita per le famiglie
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Redazione Economia
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L’ennesima escalation in Medio Oriente, quella che tiene il mondo col fiato sospeso tra il conflitto in Iran e le ripercussioni sulle rotte commerciali, non rappresenta soltanto una crisi geopolitica o una minaccia per l’approvvigionamento energetico. A inquietare gli economisti e, in misura non minore, gli istituti bancari e le famiglie europee, è piuttosto l’onda lunga che questo nuovo scenario potrebbe generare sull’economia reale. Un’onda che, partendo dal prezzo del petrolio e passando per l’inflazione, rischia di infrangersi con violenza proprio sul mercato immobiliare, quello stesso comparto che negli ultimi mesi aveva mostrato timidi segnali di stabilizzazione dopo gli shock inflazionistici degli anni precedenti.
L’allarme di Cipollone e la svolta della Bce
A Milano, durante il Festival dello sviluppo sostenibile 2026, Paolo Cipollone – membro del consiglio esecutivo della Banca centrale europea – ha aperto a una possibilità che fino a poche settimane fa sembrava remota: un rialzo dei tassi d’interesse prima della fine dell’anno. Non solo: il rialzo potrebbe arrivare già nel breve termine se il conflitto in Iran dovesse protrarsi, alimentando una nuova spirale inflazionistica. Cipollone ha però aggiunto un elemento non secondario, quasi una rassicurazione tecnica: la Bce, a suo dire, si trova ora nella condizione di poter alzare il costo del denaro senza temere quelle pesanti ripercussioni sull’economia che avevano caratterizzato le manovre restrittive del biennio precedente. Una dichiarazione, la sua, che ha fatto immediatamente scattare l’attenzione di chi ha un mutuo in corso o sta pensando di accenderne uno.
L’effetto immediato sui mutui, tra fisso e variabile
Sul mercato immobiliare l’impatto dell’inflazione non è mai lineare, e stavolta non fa eccezione. L’effetto più evidente – quello che tocca direttamente il portafoglio di chi ha già un prestito per la casa – riguarda i tassi. Fino a oggi, è bene ricordarlo, la situazione è rimasta sorprendentemente modesta nelle sue conseguenze pratiche: i mutui a tasso fisso, dopo un sensibile incremento registrato già nella seconda parte del 2025, si sono poi stabilizzati. Quelli variabili, invece, stanno già subendo una crescita intorno ai venti centesimi, perché l’Euribor – vale a dire il parametro di riferimento per l’indicizzazione di queste tipologie di finanziamento – sta scontando in anticipo le scelte della Bce. La banca centrale, va detto, a fine aprile aveva lasciato invariato il costo del denaro, ma aveva anche fatto capire con chiarezza che a giugno un rialzo è pressoché scontato.
I conti in tasca: quanto cambia per chi ha già un mutuo
Proprio per chi ha scelto il tasso variabile, al momento c’è un risparmio di circa 50 euro al mese rispetto a un fisso. Un vantaggio che, però, rischia di evaporare in fretta non appena la Bce darà il via al rialzo annunciato. E qui entrano in gioco i conti che ogni famiglia dovrebbe fare prima di sentirsi al sicuro. Non si tratta soltanto della differenza tra una rata e l’altra, ma della sostenibilità di lungo periodo: se l’Euribor continuerà a salire – come anticipa il mercato – chi ha un variabile potrebbe vedersi crescere la rata in misura ben più consistente dei venti centesimi attuali. La prudenza, in questo frangente, diventa più di un consiglio: è una necessità imposta dai fatti.
Milano, Roma e Torino: la mappa delle impossibilità
Le condizioni per accedere a una casa nelle due principali città italiane si fanno intanto sempre più proibitive. Prendiamo Milano: per comprare un immobile nella capitale economica del paese, oggi occorre uno stipendio mensile di 3.500 euro e avere a disposizione 125 mila euro in contanti. A Roma la soglia è più bassa ma resta comunque elevata: bastano 2.500 euro al mese e 82 mila euro per l’anticipo. Tutto cambia, invece, guardando a Torino: indebitarsi per acquistare una casa nel capoluogo piemontese costa all’incirca la metà rispetto a Milano. Questi numeri – riferiti a un finanziamento pari al 70% del valore dell’immobile e a un mutuo trentennale – disegnano una geografia dell’accesso alla casa sempre più segmentata, in cui il reddito familiare e la liquidità iniziale diventano discriminanti assolute.




