Le assi cinesi e la partita europea: Byd vola, Chery avanza e il mercato si ridefinesce
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Redazione Economia
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Il Vecchio Continente, culla dell’automobile e patria di marchi la cui storia si intreccia con l’industrializzazione del Novecento, sta vivendo una mutazione silenziosa ma inesorabile: le case costruttrici cinesi, un tempo relegate a un ruolo di comprimarie o di imitatrici, hanno definitivamente rotto gli argini. I dati diffusi dall’Associazione europea dei costruttori di automobili (Acea) e da Dataforce per il mese di gennaio 2026 non lasciano spazio a interpretazioni ambigue, fotografando un’avanzata che procede a ritmi sostenuti nonostante un contesto di mercato complessivamente in flessione -1. Le immatricolazioni dei marchi provenienti dalla Cina hanno fatto segnare un +80% rispetto a gennaio 2025, con 70.465 unità vendute che equivalgono a una fetta di mercato del 7,4% -4-10. A trainare questa crescita non è più soltanto la MG del gruppo Saic, storicamente la prima ad aver conquistato la fiducia degli automobilisti europei grazie a un mix di nostalgia e prezzi competitivi; il testimone della crescita più robusta è stato raccolto da Byd, acronimo di Build Your Dreams, che nel solo mese di gennaio ha visto le proprie vendite impennarsi del 173% circa, sfiorando le 18.000 unità e riducendo il divario con MG a poche centinaia di vetture -2-9.
A osservare i flussi con maggiore dettaglio, emerge come la strategia del colosso di Shenzhen si stia rivelando particolarmente efficace. Il modello che sta facendo la differenza, spingendo i volumi verso l’alto, è il Seal U, un Suv familiare nella sua variante ibrida plug-in: questo veicolo, grazie alla motorizzazione che gli consente di evitare le pesanti sovrattatte doganali imposte da Bruxelles alle auto elettriche importate dalla Cina (che possono arrivare fino al 45% per alcuni modelli), è diventato il ibrido ricaricabile più venduto d’Europa a gennaio, posizionandosi addirittura al secondo posto nella sua categoria generale dietro all’imprendibile Skoda Kodiaq -4. I dazi, insomma, non stanno fermando l’ondata; la stanno semplicemente indirizzando verso motorizzazioni e strategie industriali diverse. Accanto a Byd, il gruppo Chery con i suoi marchi Omoda e Jaecoo ha letteralmente bruciato le tappe, registrando un incremento percentuale a tre cifre (addirittura +354% in alcuni aggregati) che lo ha portato a vendere oltre 17.000 vetture, insidiando da vicino le posizioni di testa -7-9. E mentre questi due giganti avanzano, MG ha subito un lieve arretramento delle consegne, segno che il ricambio generazionale della sua gamma e la concorrenza interna stanno rimodellando la gerarchia dei marchi cinesi in Europa -4.
L’effetto domino sui costruttori tradizionali e la risposta di Tesla
Questa esplosione di vendite ha un corrispettivo inevitabile: il arretramento di molti marchi storici. Se il mercato complessivo europeo ha registrato una flessione del 3,6% a gennaio, alcuni gruppi hanno pagato un prezzo ben più salato. Volkswagen, il gigante tedesco che per decenni ha rappresentato l’ossatura dell’automobile continentale, ha visto le proprie immatricolazioni calare del 3,8%, ma il dato preoccupante riguarda soprattutto i marchi coreani Hyundai e Kia, che hanno perso rispettivamente il 19,4% e una quota analoga, e il gruppo Renault con un -15% -1-7. Le cause di questa emorragia vanno ricercate proprio nei segmenti in cui le cinesi stanno colpendo più duro: quello dei Suv compatti e delle berline ibride ed elettriche di fascia media, dove il rapporto tra prezzo e dotazione tecnologica offerto da Byd o da Chery diventa difficilmente contendibile. Un caso emblematico è quello di Tesla: la casa di Elon Musk, che pure aveva aperto la strada all’elettrico di lusso, ha visto le proprie vendite in Europa crollare del 17% a gennaio, fermandosi a circa 8.000 unità, un dato che vale meno della metà di quello fatto segnare da Byd nel perimetro Ue allargato a Regno Unito e paesi Efta -1-2. Il sorpasso, almeno per il momento, è compiuto: il costruttore cinese ha venduto più auto elettriche e ibride in Europa rispetto alla rivale americana, complice anche una gamma che spazia ormai in diversi segmenti di mercato con modelli pensati per il gusto europeo.
Non si tratta, però, solo di una guerra sui listini, sebbene i prezzi praticati da Byd in Germania, con sconti che arrivano al 40% sul listino dell’Atto 3 grazie a una combinazione di incentivi statali e sussidi della casa madre, rappresentino un richiamo potente per i consumatori -7. C’è una partita più complessa che si gioca sul terreno industriale e normativo. Per aggirare i dazi e avvicinarsi al mercato, i costruttori cinesi stanno accelerando i piani di insediamento produttivo in Europa. Byd, in questo senso, è il gruppo più avanti: ha avviato la pre-produzione nel nuovo stabilimento di Szeged, in Ungheria, dove inizierà assemblando i modelli Dolphin Surf e Atto 2 con l’obiettivo di realizzare una capacità iniziale di 150.000 unità l’anno, facilmente espandibili -6. Questo impianto, che include fonderie e reparti di carrozzeria e non solo semplici linee di assemblaggio, potrebbe permettere a Byd di rientrare nei parametri per accedere agli incentivi all’acquisto, come il bonus ecologico francese, superando così un altro scoglio -5. Accanto a Byd, anche Leapmotor, marchio partecipato da Stellantis, sta procedendo speditamente con l’assemblaggio in Polonia e con progetti per un impianto in Spagna a Saragozza, dove realizzerà modelli destinati a rimpiazzare o affiancare le produzioni locali del gruppo, mentre Chery ha già avviato attività nel vecchio stabilimento Nissan di Barcellona -6.
La mappa delle preferenze e la risalita degli ibridi plug-in
Analizzando la classifica dei modelli più venduti, emerge con chiarezza un mutamento nelle preferenze degli acquirenti europei. Accanto alla MG ZS, che resta un best-seller pur registrando un calo delle vendite, e alla piccola Leapmotor T03, che grazie all’assemblaggio polese sfugge ai dazi e sta letteralmente esplodendo con un +400% annuo, sono i Suv ibridi a dettare legge -9. Il già citato Byd Seal U e i vari modelli del gruppo Chery stanno intercettando una domanda in forte crescita per le motorizzazioni ibride plug-in, che a gennaio hanno visto un incremento del 32% a livello europeo, avvicinandosi pericolosamente ai volumi del diesel -9. Questa riscoperta del Phev da parte del pubblico, favorita anche dalle flotte aziendali che trovano in queste vetture un compromesso tra basse emissioni dichiarate e autonomia senza ansia da ricarica, sta giocando a favore delle cinesi, che hanno investito massicciamente su questa tecnologia. Lo stesso vale per il segmento delle piccole cittadine: la Byd Dolphin Surf, con oltre 3.000 immatricolazioni, si è insediata stabilmente nel mirino delle concorrenti europee come la Renault 5 e la Citroën ë-C3, dimostrando che l’appeal dei marchi cinesi non è più confinato alle auto di grandi dimensioni ma si estende ormai a tutto lo spettro del mercato -4.
La rete di vendita, per sostenere questa mole di immatricolazioni, si sta espandendo a ritmi vertiginosi: Byd, che era partita con una presenza timida, prevede di chiudere il 2026 con oltre 2.000 punti vendita in Europa, più del doppio dell’anno precedente, un segnale inequivocabile della volontà di radicamento e della fiducia nelle prospettive di crescita -8. E mentre l’Europa discute ancora sul contenuto minimo locale per definire un’auto come “made in Europe” (la soglia proposta sarebbe intorno al 70%, mentre gli impianti cinesi partono con percentuali molto inferiori), le fabbriche di batterie, come quelle di Catl in Ungheria e in Germania, stanno sorgendo a ritmo serrato per alimentare questa nuova industria automobilistica che sta mettendo radici nel cuore del continente -6.




