Bce, Schnabel e Cipollone aprono alla stretta: pronti a fare “tutto ciò che è necessario” per l’inflazione
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Il tabellone luminoso della Bce, a Francoforte, continua a segnare un 2% che sembra allontanarsi ogni volta che un nuovo shock – energetico, geopolitico o semplicemente speculativo – attraversa l’eurozona. Eppure, Isabel Schnabel, membro influente del comitato esecutivo, ha voluto mettere nero su bianco un concetto che, per la sua secchezza, suona quasi come un ultimatum: l’istituto centrale è “pronto a fare ciò che è necessario” per riportare l’inflazione verso l’obiettivo del 2%. Una frase, questa, che richiama alla mente il celebre “whatever it takes” di Mario Draghi, ma che oggi si inserisce in un contesto radicalmente diverso, segnato da un rincaro dell’energia destinato – a detta degli stessi banchieri – a prolungarsi oltre le previsioni.
L’ombra di un doppio shock e l’ipotesi di un nuovo rialzo dei tassi
“Ancora una volta”, ha sottolineato Schnabel, l’aumento dell’inflazione nell’area euro si manifesta “in maniera considerevole” oltre la soglia desiderata, in risposta a un avversario vecchio e nuovo: lo shock dal lato dell’offerta. Se la stretta attuale dei prezzi delle materie prime, complice l’instabilità mediorientale, dovesse ampliarsi, allora la politica monetaria “dovrà inasprirsi”. Non si tratta, nelle parole della Schnabel, di un’intenzione vaga: l’inasprimento serve a “contenere il rischio di effetti di secondo livello”, ovvero quelle pressioni salariali e quelle rivendicazioni di margine che trasformano un rincaro temporaneo in un’inflazione cronica. Nel consiglio direttivo del 30 aprile, i tassi sono stati lasciati al 2%, ma lo stesso incontro – a detta di più fonti – aveva già messo sul tavolo l’ipotesi di un rialzo. La decisione di attendere, per il momento, è stata dettata dalla prudenza: troppi dati ancora mancano per valutare l’impatto reale del conflitto in Medio Oriente, e nessuno a Francoforte vuole ripetere l’errore del 2011, quando un rialzo affrettato (voluto dalla presidenza Trichet) affondò una ripresa già fragile.
Cipollone e l’economia che non segue più lo scenario di marzo
Nella stessa cornice, ma con accenti lievemente diversi, si è mosso Piero Cipollone, membro del comitato esecutivo della Bce. Intervenuto a Milano al Festival dello sviluppo sostenibile 2026, Cipollone ha fotografato una realtà inquietante: “L’economia europea sembra discostarsi dallo scenario di base delle proiezioni di marzo”. Questo scostamento, ha spiegato, “accresce la probabilità che si renda necessario un aggiustamento dei tassi”. Nessuna drammatizzazione, ma la sostanza è chiara: se prima l’attesa era giustificata da una traiettoria di graduale rientro dell’inflazione, oggi le cose sono cambiate. L’allontanamento dalle proiezioni – un indicatore asciutto, quasi tecnico – diventa il motivo concreto per rivedere la posizione di attesa. Cipollone, però, ha voluto aggiungere un tassello in più, spesso trascurato nel dibattito sui tassi: la necessità di “mantenere la rotta della transizione energetica”, anche e soprattutto “nell’interesse della stabilità dei prezzi”. Un modo per dire che abbandonare ora gli investimenti verdi aggraverebbe la dipendenza da fornitori esterni, rendendo l’eurozona ancora più vulnerabile ai prossimi shock.
La pausa di aprile e il timore di un rialzo come quello del 2011
Perché, allora, il consiglio direttivo non ha alzato subito i tassi? La risposta, come accennato, affonda le radici nella memoria istituzionale della Bce. Il rialzo deciso nell’estate 2011 – sotto la guida di Jean-Claude Trichet – è ricordato ancora oggi come un errore tattico: si alzò il costo del denaro mentre l’economia iniziava già a rallentare, e il risultato fu peggiorare una recessione che avrebbe richiesto esattamente l’opposto. Per questo, i banchieri centrali hanno scelto di “restare fermi”, in attesa di dati più concreti sugli effetti della guerra in Medio Oriente. Non si tratta di una ritirata, ma di una sospensione del giudizio. Parola di Schnabel: se lo shock energetico si amplierà, allora la stretta monetaria diventerà inevitabile. E la prontezza dichiarata (“pronti a fare tutto ciò che è necessario”) lascia intendere che, stavolta, non si guarderà né ai mercati né ai governi.
Un aggiustamento ormai più vicino che lontano
La sintesi – se così la si vuole chiamare, senza però cadere nella banalità – è che la Bce ha già imballato il rialzo dei tassi. Lo ha lasciato nel magazzino ad aprile, ma lo sta monitorando con attenzione. Le dichiarazioni di Cipollone, in particolare, portano un elemento nuovo rispetto alle solite litanie sull’inflazione: non c’è più uno “scenario base” a cui aggrapparsi, perché l’economia reale si sta muovendo altrove. Dove? Probabilmente verso una stagnazione con inflazione alta, lo scenario meno gradito ai banchieri centrali. In questo quadro, la transizione energetica cessa di essere un tema ambientalista per diventare una necessità macroeconomica: senza fonti autonome, ogni nuovo rincaro del petrolio o del gas costringerà Francoforte a stringere le viti, con il rischio di spezzare quel poco di crescita che ancora resiste. La domanda, per gli addetti ai lavori, non è più “se”, ma “quando”. E la risposta, a giudicare dalle ultime uscite pubbliche, potrebbe arrivare molto prima di quanto molti investitori immaginino.




