Ilaria Salis condannata per licenziamento illegittimo: “Ho saputo del processo dopo la sentenza”. I due ex collaboratori gestiscono un B
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Ilaria Salis, eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra, è stata condannata dal Tribunale di Milano a risarcire 300mila euro a due ex collaboratori per licenziamento illegittimo. La sentenza, emessa in contumacia, ha stabilito che i rapporti di lavoro con Valentina Dadda e Francois Gelmetti, inquadrati come collaboratori coordinati e continuativi e partita Iva, erano in realtà rapporti di lavoro subordinato a tempo determinato, interrotti senza giusta causa.
L'europarlamentare, da sempre paladina dei diritti dei lavoratori, ha annunciato ricorso in appello sostenendo di non aver mai ricevuto la notifica del procedimento e di essere venuta a conoscenza della vicenda solo dopo la condanna. Nel frattempo, l'attenzione mediatica si è spostata anche sulla situazione economica dei due ex assistenti, risultati essere gestori di un lussuoso B&B sul Canal Grande a Venezia.
La vicenda giudiziaria e le motivazioni del licenziamento
Secondo quanto ricostruito dal giudice Franco Caroleo, la Salis aveva licenziato i due collaboratori nel febbraio del 2025, dopo sette mesi dall'inizio dell'incarico, senza che sussistessero i presupposti per un recesso anticipato. La parlamentare europea aveva giustificato il provvedimento con un deterioramento del rapporto fiduciario, lamentando gravi inadempienze come la mancata risposta alle mail e l'incapacità di portare a termine le mansioni assegnate. "Non ci rivolgevamo più la parola – ha dichiarato la Salis – e in politica il rapporto fiduciario è fondamentale".
La difesa dell'eurodeputata, come riportato da alcune fonti, aveva preparato oltre cento pagine di documentazione per dimostrare la legittimità del licenziamento, ma il materiale non è stato presentato in primo grado a causa della mancata partecipazione al processo.
L'assenza della Salis alle udienze, come lei stessa ha spiegato, sarebbe dovuta al fatto di non essere mai stata informata del procedimento: "Nelle cause civili sono le controparti a dover notificare l'avvio – ha detto in un'intervista – loro hanno scelto di farlo al mio indirizzo di residenza in Italia, ma io spesso sono fuori". Tuttavia, secondo gli atti del tribunale, la notifica era stata effettuata regolarmente presso la sua residenza di via Lomellina a Milano, dove l'ufficiale giudiziario si era recato per due volte.
La sentenza del giudice è stata netta: i due assistenti non erano liberi professionisti come li aveva mascherati la Salis, ma dipendenti a tempo determinato, e il licenziamento senza giusta causa ha portato a un indennizzo complessivo di 300mila euro, di cui 147.900 a Valentina Dadda e 153mila a Francois Gelmetti.
Le polemiche politiche e l'imbarazzo della sinistra
Il caso ha scatenato un vivace dibattito politico, con le opposizioni che hanno attaccato duramente l'eurodeputata di Avs, evidenziando il contrasto tra la sua battaglia per i diritti dei lavoratori e il comportamento tenuto nei confronti dei suoi collaboratori. Giovanni Donzelli, deputato di Fratelli d'Italia, ha parlato di una situazione "imbarazzante" sottolineando come "la sinistra fa tanto le battaglie per i lavoratori e poi invece i propri dipendenti li trattano in quel modo".
Un rapporto di Spin Factor per Adnkronos, riportato da diverse testate, ha rivelato che l'87% delle conversazioni sulla vicenda ha una valutazione critica verso l'eurodeputata. Anche all'interno del suo stesso campo, le reazioni sono state misurate. Il segretario di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni, ha dichiarato che "per Alleanza Verdi e Sinistra il rispetto delle sentenze della magistratura, e a maggior ragione dei diritti dei lavoratori, è incrollabile", aggiungendo che si attendono gli sviluppi del processo d'appello.
La vicenda rischia di diventare un peso politico per la Salis, che aveva costruito gran parte della sua popolarità proprio sulla difesa dei diritti sociali e dei lavoratori, candidandosi alle europee con il sostegno di Avs dopo la detenzione in Ungheria.
I due ex collaboratori e il B&B di lusso a Venezia
Mentre la vicenda giudiziaria fa ancora discutere, nuovi dettagli sulla vita dei due ex collaboratori hanno alimentato ulteriormente la polemica. Valentina Dadda e Francois Gelmetti, infatti, sono i gestori di Ca' Dadda, un prestigioso palazzo sul Canal Grande di Venezia, a pochi passi da Rialto, che offre spazi per l'accoglienza turistica e l'organizzazione di eventi esclusivi.
L'attività, dedicata a un turismo di alto profilo, presenta tariffe che non sono certo alla portata di tutte le tasche: una camera per due persone, per due notti nel weekend di Ferragosto 2026, costa 3.880 euro, mentre nello stesso periodo del mese di ottobre il prezzo sale a 4.080 euro. Si tratta di una dimora storica che, come descritto anche sul sito della Biennale, è composta da due piani e una terrazza di 30 metri quadrati sospesa sul Canal Grande, con un attracco privato.
La scoperta della loro attività imprenditoriale di lusso ha portato a domande sulla loro reale condizione economica, anche in relazione all'indennizzo ricevuto. L'eurodeputata, nel difendere la propria posizione, aveva fatto intendere che i due avessero i mezzi per sostentarsi, sottolineando la loro "attuale attività lavorativa".
Tuttavia, la notizia ha contribuito a creare un quadro ancora più complesso e controverso, in cui la vicenda del licenziamento si intreccia con quella delle ricchezze dei due ex dipendenti, offrendo nuovi spunti a una narrazione già di per sé articolata e carica di implicazioni politiche e sociali.
La strategia per l'appello e le prossime mosse
Nonostante la condanna in primo grado, Ilaria Salis non ha intenzione di arrendersi. L'eurodeputata ha annunciato di aver già preparato un ricorso in appello con oltre cento pagine di documentazione, con l'obiettivo di dimostrare che il licenziamento non fu né arbitrario né improvviso. "La Corte d'appello ha sospeso l'efficacia della sentenza che altrimenti era immediatamente esecutiva – ha spiegato – dopo l'estate ci sarà l'udienza e ho piena fiducia che verrà fatta chiarezza".
La sua difesa si baserà principalmente sull'assenza di notifica del procedimento, che le avrebbe impedito di presentare le prove a sua discolpa. La Salis ha inoltre ribadito di aver cercato un confronto con i due collaboratori prima del licenziamento, proponendo una soluzione alternativa, ma di essersi sentita rispondere che le uniche strade erano "continuare così o andare in tribunale".
Ha inoltre negato che la decisione sia stata improvvisa, spiegando di aver "provato più volte a far presenti le criticità" e che i rapporti si erano logorati al punto che "non ci rivolgevamo più la parola". L'esito del processo d'appello sarà decisivo non solo per le sorti giudiziarie della Salis, ma anche per il suo futuro politico, visto che la vicenda ha già minato la sua credibilità personale e politica, mettendo in difficoltà l'intero campo largo che l'aveva sostenuta.
Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.
