Il rapporto Politburo 2.0: perché per Putin la guerra è una necessità strategica
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Redazione Esteri
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Vladimir Putin, secondo l'analisi del rapporto Politburo 2.0, ha fatto della guerra uno strumento indispensabile, anzi l'architrave, per la gestione del presente e la costruzione del proprio futuro politico. Il conflitto in Ucraina, lungi dall'essere una mera operazione militare verso l'esterno, si configura come il perno di un disegno di controllo interno, che si alimenta e giustifica attraverso lo stato di emergenza permanente. È proprio in questo clima, infatti, che trovano terreno fertile e continua applicazione leggi liberticide, a cominciare dalla normativa sugli "agenti stranieri", la quale, ampliata in maniera progressiva e vessatoria, permette di restare saldamente al potere neutralizzando chiunque esprima dissenso o semplicemente non risulti sufficientemente allineato.
Il silenzio forzato degli ex collaboratori e il fronte che non avanza
Una strategia di epurazione e di paura, questa, che non ha risparmiato neppure alcune voci un tempo vicine al Cremlino, come è accaduto al consigliere economico Andrei Illarionov, costretto al silenzio o all'allontanamento. Mentre all'interno si consolida questo sistema di potere, all'esterno la narrazione di una forza inarrestabile si scontra con una realtà dei fatti ben più complessa e stagnante. Se nell'agosto del 2024 le truppe russe giunsero alle porte di Pokrovsk, dando il via all'evacuazione di decine di migliaia di residenti, da allora l'avanzata, spesso descritta come impetuosa dalla cronaca di molti giornali italiani, si è in realtà rivelata lenta e costosissima. Tanto che, a più di un anno di distanza, la città non è stata interamente conquistata, consentendo nel frattempo alle forze ucraine di organizzare e rinforzare profondamente le linee difensive arretrate.
Una vittoria militare che si trasforma in una sconfitta storica
Il paradosso, dunque, è che quando e se i russi arriveranno a controllare le macerie di quella che fu Pokrovsk, si troveranno di fronte a ostacoli ben più agguerriti rispetto a due anni fa. Questo scenario porta a una conclusione amara per il leader russo: Mosca e il suo zar hanno perso, anche nel caso in cui dovessero conseguire una vittoria tattica sul campo. La Russia pre-2014, prima cioè dell'annessione della Crimea e della guerra su vasta scala, era proiettata verso un'integrazione nelle economie sviluppate, forte delle sue immense risorse naturali e di un processo di articolazione economica che stava favorendo l'emersione di una solida classe media, motore indispensabile per il passaggio a Paese pienamente sviluppato. Quel percorso, oggi, appare irrimediabilmente compromesso, deviato verso un isolamento che ne segnerà il futuro per decenni.
La stanchezza di una nazione e il capro espiatorio occidentale
A sopportare il peso di questa scelta sono, in primo luogo, i cittadini russi, i quali si apprestano a vivere il quarto Capodanno dall'inizio delle ostilità in un'atmosfera di desolante cupezza, come osservato a Mosca, dove nemmeno la neve riesce a rischiarare l'umore generale. La popolazione, stanca e senza illusioni, segue le trattative per una possibile fine del conflitto, che molti preferirebbero non vedere nominato per non doverci pensare. In questo clima di frustrazione e di fatica, la colpa di quanto accade viene sistematicamente riversata sull'Occidente, in un meccanismo che, mentre attribuisce responsabilità esterne, consolida ulteriormente il racconto patriottico interno necessario al potere.




