Sinner come una macchina, il resto come pedine: Roddick vede solo una coppia al vertice

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La finale del Mutua Madrid Open, chiusa in soli 57 minuti da Jannik Sinner ai danni di Alexander Zverev, continua a sollevare interrogativi sul reale stato di salute del circuito maschile. L’analisi dell’ex numero uno Andy Roddick, nel suo podcast, ha smontato la tesi secondo cui il tedesco – pur uscito sconfitto e frustrato – rappresenti un’eccezione negativa. Zverev, dopo l’incontro, aveva parlato con franchezza di due «gap» distinti: uno enorme tra Sinner e tutti gli altri, e un secondo tra il manipolo di inseguitori composto da Carlos Alcaraz, se stesso e Novak Djokovic rispetto al resto del tabellone. Una gerarchia, quella proposta dal numero tre del mondo, che Roddick ha però voluto rivedere e correggere per restituire, a suo avviso, maggiore precisione alla fotografia del tennis attuale.

L’americano, che conosce bene la pressione del vertice, non ha condiviso l’idea di una vetta solitaria. Secondo la sua visione, espressa a caldo nel podcast "Served", non esiste un abisso tra l’altoatesino e lo spagnolo, bensì una convivenza forzata ai piani altissimi. «Non credo si possa fare il salto di qualità fino a ipotizzare un divario così ampio tra Sinner e Alcaraz – ha spiegato Roddick –. Non vedo un raggruppamento di uno più tre. Io vedo una coppia in cima (Sinner e Alcaraz), poi un altro paio (Zverev forse insieme a Djokovic) e poi tutti gli altri». Una distinzione sottile ma fondamentale, che ridimensiona le parole di Zverev (il quale, ironia della sorte, è proprio l’atleta che paga più spesso il pedaggio salato imposto dal numero uno), restituendo al murciano un ruolo da co-protagonista nonostante l’assenza per infortunio al polso.

A dare a questa analisi, Roddick ha scomodato un paragone quasi filosofico per spiegare le differenze stilistiche tra i due fuoriclasse. Mentre Sinner agisce come un algoritmo perfetto – «una macchina capace di apprendere in tempo reale, cambiare e trasformarsi» –, Alcaraz rimane l’artista estroso, il cui "pennello a volte può sbandare, ma quando tutto è a posto produce la cosa più bella che tu abbia mai visto". Ecco allora che la superiorità bulgara mostrata a Madrid, in assenza dello spagnolo, diventa quasi un’ovvietà statistica: «Se Carlos non c’è, il divario con gli altri è semplicemente evidente», ha ribadito, facendo eco al suo produttore che descriveva il match di domenica come un evento finito prima ancora di iniziare.

A impressionare Roddick, più della velocità esecutiva, è stata la stratificazione tecnica mostrata da Sinner, quel lato "attaccabrighe" nascosto sotto la maschera glaciale. Il salto di qualità, sottolinea l’americano, è avvenuto nei dettagli: la modifica del servizio (cambiato due volte in tre anni), l’inserimento del pallonetto corto di rovescio e la capacità di cambiare direzione del colpo come faceva Djokovic. «Il suo livello base – quella capacità di fare a pugni con l’avversario – è già ottimo da solo e gli basterebbe per vincere cinque Slam, ma ora ha aggiunto l’intelligenza per smontare tatticamente le partite». Un repertorio completo che trasforma ogni match in una lezione, come quella inflitta a Zverev, il quale ha dovuto ammettere senza troppi giri di parole che “Sinner non ha perso una partita in quasi nove mesi ai Masters”.

L’analisi del dominio tattico

Guardando ai numeri dell’incontro – nessuna palla break concessa dal numero uno in finale e semifinale – Roddick ha voluto puntualizzare come la "noia" lamentata da alcuni telespettatori sia in realtà il sintomo di una complessità incompresa. «Sinner vi annoia? Smettete di guardarlo – ha tuonato l’americano, difendendo la scelta del suo podcast di dedicare ampio spazio all’azzurro –. Non si può pretendere che ignori questa striscia positiva». Il riferimento è alla mancanza di varietà percepita, che invece Roddick legge come capacità di adattamento: contro Arthur Fils, Sinner stava tre piedi dentro il campo a prendere le seconde di risposta; contro Zverev, si è limitato a non farlo stabilizzare su due colpi consecutivi, soffocandolo prima che potesse respirare.

Epilogo e gerarchie

La vittoria a Madrid, oltre a essere la quinta consecutiva in un Masters 1000 (record assoluto per l’era iniziata nel 1990), ha allungato la striscia di vittorie sull’avversario tedesco. Nove successi di fila, un peso specifico che rischia di diventare un macigno psicologico per il teutonico, costretto ancora una volta a farfugliare scuse per la prestazione opaca. Tuttavia, Roddick ha voluto lanciare un messaggio di prudenza: se è vero che Sinner è l’unico a poter vantare un poker di titoli consecutivi di questa portata, è altrettanto vero che la storia recente (come la finale degli Australian Open 2025) insegna quanto Djokovic, quando c’è, sappia ancora mettere bastoni tra le ruote. Ma la sostanza non cambia: al vertice, oggi, si entra in due per volta.

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