Gaza, il Wfp taglia gli aiuti: mezzo milione di persone senza cibo
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Redazione Esteri
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Il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite ha annunciato una riduzione di circa un terzo della propria assistenza nella Striscia di Gaza a causa della carenza di fondi. La conseguenza più immediata è che mezzo milione di persone, tra le più vulnerabili dell’enclave palestinese, perderà l’accesso agli aiuti alimentari e in denaro di cui finora beneficiava.
L’annuncio, diffuso lunedì 19 ottobre, arriva mentre l’inverno si avvicina e i miglioramenti registrati nella sicurezza alimentare dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025 restano, secondo l’agenzia Onu, estremamente fragili.
Da 1,6 milioni a 1,1 milioni di beneficiari
Il taglio si traduce in una contrazione netta del numero di assistiti: da questo mese il Wfp fornisce cibo e sostegno in denaro a 1,1 milioni di persone, contro gli 1,6 milioni del mese precedente. Non si tratta soltanto di una questione di platea. Le razioni alimentari sono state dimezzate: le famiglie che ricevono assistenza alimentare ottengono ora un solo pacco cibo invece di due, con una quantità inferiore di farina di grano. Anche i pasti caldi distribuiti ogni giorno sono scesi da 250.000 a 150.000, e nelle aree più difficili da raggiungere, comprese quelle vicine alla cosiddetta “linea gialla” del controllo militare israeliano, alcune famiglie ricevono un pasto caldo a giorni alterni anziché quotidianamente. Il valore dell’assistenza in denaro destinata a 75.000 famiglie è stato inoltre ridotto.
La fragilità dei progressi dopo il cessate il fuoco
I numeri della fame a Gaza restano imponenti. Stando alle ultime rilevazioni citate dal Wfp, circa 1,4 milioni di persone, pari al 67 per cento della popolazione, versano in una condizione di insicurezza alimentare acuta di livello critico o superiore, secondo la classificazione IPC di fase 3 o più grave. Si tratta di un dato in calo rispetto agli 1,6 milioni di fine 2025, ma il miglioramento è definito modesto e reversibile. Circa 200.000 persone permangono in una situazione di emergenza alimentare, la fase 4 della scala IPC, nella quale l’assistenza immediata è necessaria per scongiurare decessi per fame. Solo un bambino su cinque consuma una dieta sufficientemente diversificata, e oltre l’80 per cento della popolazione è disoccupato: molte famiglie non possono permettersi cibo fresco o proteico nemmeno quando è disponibile sul mercato.
Le conseguenze sull’economia e sui servizi essenziali
La dipendenza dagli aiuti internazionali è il riflesso di una economia quasi annientata. Secondo un rapporto del Segretario generale delle Nazioni Unite presentato venerdì all’Assemblea generale, nel 2025 il prodotto interno lordo di Gaza risultava inferiore dell’84 per cento rispetto al livello del 2023, e la guerra ha fatto arretrare lo sviluppo umano dell’enclave di circa 77 anni. Circa 700.000 bambini restano privati di un’istruzione scolastica formale, mentre i bisogni di ricostruzione e ripristino sono stimati in 71,4 miliardi di dollari su un orizzonte di dieci anni.
Il Wfp, dal canto suo, continua per ora a sostenere i panifici che coprono un terzo del fabbisogno di pane della Striscia, a fornire assistenza nutrizionale a 300.000 donne e bambini e a distribuire merende scolastiche a 200.000 bambini.
La richiesta di 450 milioni di dollari
Per mantenere le operazioni essenziali a Gaza e in Cisgiordania nei prossimi sei mesi, da ottobre 2026 a marzo 2027, il Programma alimentare mondiale ha dichiarato di aver urgente bisogno di 450 milioni di dollari. Nel 2026 l’agenzia ha ricevuto meno della metà dei fondi rispetto agli anni precedenti per la propria operazione in Palestina.
La riduzione dell’assistenza non dipende da un miglioramento delle condizioni o da ostacoli nell’accesso dei convogli, quanto dalla mancanza di risorse finanziarie: è la prima volta dall’inizio della guerra che l’agenzia Onu riduce il proprio intervento nella Striscia per una ragione che non ha a che fare con i combattimenti, con i valichi chiusi o con i camion bloccati al confine.
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