L'omicidio Mattarella e il guanto del killer: un reperto fantasma

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L'ombra lunga della storia torna ad allungarsi su uno dei delitti più dolorosi della nostra Repubblica, l'assassinio di Piersanti Mattarella, presidente riformatore della Regione Siciliana ucciso a Palermo il 6 gennaio 1980. Quel fatto di sangue, che non fu un semplice agguato mafioso ma un calcolato colpo al cuore dello Stato, venne compiuto da Cosa nostra per fermare l'uomo politico che aveva osato spezzare il legame storico tra politica e affari, opponendosi con determinazione a figure di rilievo e a un intero sistema di appalti. A distanza di oltre quattro decenni, una nuova e clamorosa svolta scuote le fondamenta di una verità mai completamente emersa, riportando alla luce un reperto che per anni è sembrato un fantasma: il guanto lasciato dai killer nell'auto usata per la fuga.

L'arresto e le dichiarazioni che contraddicono la storia

La recente ordinanza di custodia cautelare ha portato all'arresto di Filippo Piritore, ex funzionario della Squadra Mobile di Palermo e già prefetto, con l'accusa di depistaggio nelle indagini. La vicenda giudiziaria, che oggi si riapre con forza inattesa, ruota attorno a quell'oggetto di cui, a soli due giorni dal delitto, l'allora ministro dell'Interno Virginio Rognoni parlò in Parlamento definendolo "l'unico oggetto che potrebbe appartenere ai killer". Una traccia, dunque, di importanza capitale, che qualcuno avrebbe tentato di offuscare. A gettare ulteriore benzina sul fuoco sono le parole di Bruno Contrada, che all'epoca dei fatti ricopriva il ruolo di capo della Mobile palermitana ad interim. Contrada, intervistato, ha affermato con decisione: "In 45 anni, da quando è stato ucciso Piersanti Mattarella, non ho mai sentito parlare di questo guanto. Mai". Una dichiarazione che, se da un lato nega ogni conoscenza del reperto, dall'altro stride palesemente con la storicità delle dichiarazioni ministeriali di allora, creando un cortocircuito nella ricostruzione dei fatti.

Il mistero di un indizio svanito nel nulla

Quel guanto, che rappresentava la fonte di prova più tangibile e promettente, sembrò svanire nel nulla, smarrendosi lungo i meandri delle indagini o, forse, venendo deliberatamente fatto sparire da qualcuno. L'ex poliziotto arrestato è accusato proprio di aver mentito proprio sulla scomparsa di quell'elemento cruciale, un'azione che di fatto deviò le ricerche e contribuì a mantenere nell'ombra i veri responsabili. La Fiat 127, utilizzata dagli assassini per compiere l'agguato e poi mettersi in salvo, non restituì altro; di lì a poco, quella promettente pista si esaurì, lasciando il campo a ipotesi e a un silenzio durato decenni. La giustizia siciliana, oggi, sostiene che la verità su quell'omicidio, un colpo inferto non solo a un uomo ma a un'intera idea di riforma e di Stato, potrebbe essere finalmente a un passo dall'emergere, sebbene attraverso nuove e inquietanti rivelazioni che riguardano non gli esecutori materiali, ma chi avrebbe coperto le loro tracce.

Un puzzle giudiziario che si ricompone

Le dichiarazioni di Contrada, il quale ha anche precisato di non essere mai stato amico con Piritore, si inseriscono in un puzzle i cui tasselli, dopo tanto tempo, cominciano a trovare una diversa collocazione. L'ex numero due del Sisde ha ricordato il contesto operativo di quel periodo, segnato dalla recente uccisione di Boris Giuliano, e la sua doppia veste di dirigente della Criminalpol e di capo della Mobile. Un quadro complesso, quello della Palermo di inizio anni '80, in cui le indagini su un delitto di tale portata politica e simbolica si scontravano con ostacoli di ogni genere. L'arresto di un ex prefetto, figura di altissimo profilo istituzionale, per accuse legate a quel lontano 6 gennaio, indica una profondità di analisi giudiziaria senza precedenti, concentrata non più solo sulla dinamica dell'agguato ma sulle operazioni che lo seguirono, operazioni delle quali, a quanto pare, non tutto è stato detto.

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