Il delitto Mattarella e il guanto che inquinò le indagini

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Quarantacinque anni dopo, un guanto scomparso continua a gettare un'ombra lunga e inquietante su uno dei delitti di mafia più emblematici della storia repubblicana. L'omicidio di Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana, ucciso a Palermo il 6 gennaio 1980, si arricchisce di un capitolo giudiziario inatteso che tocca da vicino le istituzioni. La Dia ha notificato gli arresti domiciliari a Filippo Piritore, già funzionario di polizia della Squadra Mobile e, in seguito, prefetto, accusato di aver depistato le indagini su quel reperto fondamentale, lasciato dai killer nell'automobile utilizzata per la fuga e poi fatto sparire.

Il reperto che non c'è più

Secondo la ricostruzione della Procura di Palermo, che definisce le indagini dell'epoca "gravemente inquinate e compromesse", quel guanto rappresentava un tassello probatorio di importanza cruciale. La sua sottrazione, operata da "appartenenti alle istituzioni" come si legge negli atti, avrebbe avuto lo scopo preciso di impedire l'identificazione degli esecutori materiali del delitto, facendo disperdere per sempre delle tracce che, forse, avrebbero potuto condurre molto lontano. Di quel reperto, che non fu mai né sequestrato né repertato, si sono perse definitivamente le tracce, lasciando un vuoto nelle prove a disposizione della magistratura.

Le dichiarazioni che non reggono

L'ex prefetto Piritore, sentito dai pm in merito alla vicenda, avrebbe fornito, stando all'accusa, "dichiarazioni rivelatesi del tutto prive di riscontro". I magistrati sostengono che le sue versioni, con le quali avrebbe cercato di spiegare la sorte del guanto, abbiano di fatto contribuito a sviare le indagini, allontanando la possibilità di un suo rinvenimento. Un atto, questo, che rientrerebbe in un più ampio disegno di depistaggio, il quale, secondo la procura, ha caratteri tali da poter essere definito, nelle sue dinamiche, un depistaggio di Stato.

Le paure dell'ex prefetto

Le preoccupazioni di Piritore emersero chiaramente in una conversazione privata, intercettata il 22 settembre 2024, dove l'ex funzionario, parlando con la moglie, si diceva spaventato e in attesa di "qualche cosa" che i magistrati avrebbero potuto fare. Solo cinque giorni prima, infatti, era comparso davanti ai pm per rispondere proprio delle domande su quel guanto mai ritrovato, esprimendo poi, in privato, tutta la sua apprensione con una frase che suona come una ammissione di fragilità di fronte a un passato che ritorna: «Dopo 45 anni rompono i c...», avrebbe detto, temendo di finire in grossi guai giudiziari.

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