Il depistaggio sul delitto Mattarella, l'arresto dell'ex questore e le ombre di ieri e di oggi
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Redazione Interno
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Quarantacinque anni dopo quel sesto gennaio del 1980, quando Piersanti Mattarella venne assassinato, un'arresto riporta alla luce, con la forza di un fendente, le opacità che hanno avvolto le indagini sul presidente della Regione Sicilia. L'ex questore dell'Aquila, Filippo Piritore, prefetto in pensione di settantacinque anni, è stato infatti posto agli arresti domiciliari con l'accusa gravissima di avere depistato le indagini sull'omicidio, un'accusa che solca come un solco profondo un'intera esistenza trascorsa ai vertici di questure e prefetture in tutta Italia. La giornalista Fiorenza Sarzanini, commentando la notizia, ha lanciato un interrogativo che pesa come un macigno: "Possibile che il depistaggio continui anche ora", ha dichiarato, alludendo forse alle modalità con cui la squadra mobile di Palermo ha gestito, nel tempo, le tracce di quel delitto.
Le dichiarazioni dell'ex prefetto e il guanto scomparso
Nel corso dell'interrogatorio preventivo, Piritore ha fornito una versione dei fatti che, se da un lato oscilla sulla memoria – "Non ho un ricordo nitido" – dall'altro prova a individuare una possibile regia per le azioni che gli vengono contestate. "Qualcuno mi avrà detto di procedere in quel modo, forse i miei dirigenti dell'epoca... Io non ho toccato nulla", ha affermato, sostenendo con decisione di non avere occultato nulla e di avere anzi svolto il proprio dovere. Il cuore dell'accusa contro di lui ruota attorno alla sparizione di un guanto, quello utilizzato dai killer e ritrovato all'interno della Fiat 127 rubata e impiegata per la fuga, un reperto la cui scomparsa sarebbe stata coperta da relazioni firmate dall'allora funzionario della squadra mobile nel gennaio del 1980, relazioni i cui contenuti, ritenuti falsi, sono stati da lui ribaditi soltanto nel 2024.
Il legame con Falcone e i file manomessi
Quell'omicidio, che segnò una delle pagine più buie della storia repubblicana, rappresentò anche una drammatica pietra miliare nel percorso professionale e umano di Giovanni Falcone. Fu proprio indagando sulla morte di Mattarella e su altri delitti a matrice politico-mafiosa che il magistrato cominciò a comprendere l'esistenza di intricate trame, di cui accennò anche in una seduta della Commissione Antimafia. La sua via crucis, del resto, sembra essere intrecciata in modo indissolubile a quel caso, tanto che, dopo la strage di Capaci, qualcuno mise le mani nei suoi documenti personali: una manomissione che, significativamente, prese di mira soltanto i file relativi all'omicidio del presidente siciliano e a Gladio, lasciando intatto tutto il resto.
Un'ombra lunga quarantacinque anni
Quella che si dipana è dunque un'ombra lunga, un'ombra che parte da Palermo e attraversa decenni di storia nazionale, seguendo la carriera di un uomo che l'Abruzzo ha conosciuto durante la gestione dell'emergenza terremoto e in occasione del G8. Un'ombra che ora, a distanza di tanto tempo, ha raggiunto Filippo Piritore nella sua vita da pensionato, riaprendo un capitolo che molti ritenevano ormai chiuso e sollevando interrogativi non soltanto sulle responsabilità individuali, ma su quanto a fondo possano essersi spinti, allora, i tentativi di deviare la verità.




