La Cassazione annulla gli arresti per l'ex prefetto Piritore, indagato per il depistaggio sull'omicidio di Piersanti Mattarella
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Redazione Interno
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La decisione dei giudici della sesta sezione penale della Suprema Corte, accogliendo il ricorso presentato dai difensori, è arrivata come un fulmine a ciel sereno, ribaltando di fatto le precedenti valutazioni del gip e del tribunale del Riesame di Palermo che avevano invece ritenuto sussistenti i gravi indizi di colpevolezza e le esigenze cautelari. L'annullamento senza rinvio, figura tecnica che implica la cessazione immediata degli effetti della misura, ha comportato la liberazione immediata di Piritore, il quale era ristretto ai domiciliari dallo scorso ottobre con l'accusa di aver contribuito a inquinare le indagini su uno dei delitti più efferati e mai del tutto chiariti della storia repubblicana, l'assassinio del presidente della Regione Siciliana avvenuto il 6 gennaio del 1980. Il provvedimento della Cassazione, le cui motivazioni non sono state ancora depositate, rappresenta una battuta d'arresto significativa per l'inchiesta condotta dalla Procura palermitana, che aveva incentrato gran parte del suo impianto accusatorio sul ruolo che l'ex prefetto, all'epoca un funzionario di polizia, avrebbe giocato nei giorni immediatamente successivi all'omicidio.
Al centro del fascicolo giudiziario che vede Piritore indagato, assistito dagli avvocati Gianluca Tognozzi e Gabriele Vancheri, vi è la scomparsa di un reperto considerato dagli inquirenti di importanza capitale: un guanto in pelle che sarebbe stato rinvenuto all'interno dell'auto utilizzata dai killer per darsi alla fuga dopo aver freddato Piersanti Mattarella sotto la sua abitazione. Le fotografie scattate all'epoca dai rilievi della polizia scientifica documentavano inequivocabilmente la presenza di quel guanto, ma inspiegabilmente, nel corso degli anni e dei passaggi di consegne tra uffici, l'oggetto non venne mai ufficialmente acquisito agli atti processuali, sparendo di fatto dalla circolazione e precludendo così la possibilità di sottoporlo ad analisi scientifiche che, anche con le tecnologie del tempo o a maggior ragione con quelle odierne, avrebbero potuto fornire tracce biologiche fondamentali per risalire all'identità degli esecutori materiali.
Il ruolo del guanto scomparso e le contestazioni della Procura
L'accusa mossa dalla Procura di Palermo, nelle persone dei pm Francesca Dessì e Antonio Carchietti e con il coordinamento del procuratore Maurizio de Lucia, è quella di depistaggio, un reato che si fonda sulla convinzione che l'azione di Piritore, o la sua omessa azione, abbia di fatto deviato il corso delle indagini, proteggendo i veri assassini e contribuendo a quel velo di omertà che per decenni ha avvolto la vicenda. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, che avevano chiesto e ottenuto il giudizio immediato per l'ex prefetto, Piritore avrebbe mentito sulla sorte di quel guanto, fornendo una versione dei fatti ritenuta inverosimile e chiamando in causa, nel corso dell'interrogatorio del settembre 2024, colleghi e l'ex magistrato Pietro Grasso, i quali hanno però prontamente smentito ogni suo addebito. A rafforzare il quadro indiziario, che ora dovrà essere necessariamente rivalutato alla luce della decisione della Cassazione, erano arrivate anche alcune intercettazioni ambientali, nel corso delle quali l'indagato, parlando con la moglie, avrebbe lasciato intendere di aver tentato di celare la verità sulla vicenda dell'indumento, un tentativo di ammissione che i magistrati avevano interpretato come una prova della sua consapevolezza e del suo coinvolgimento.
Il ricorso accolto e i possibili profili procedurali
La Suprema Corte, pur non entrando nel merito della colpevolezza o innocenza di Piritore, ha evidentemente riscontrato dei vizi procedurali o una carenza nei presupposti che giustificavano l'applicazione della misura cautelare, ritenendo che le esigenze di custodia potessero essere soddisfatte diversamente o che gli indizi non fossero così gravi da sostenere una restrizione della libertà personale. I difensori dell'ex prefetto avevano sempre contestato la fondatezza delle accuse, sostenendo l'estraneità del loro assistito e chiedendo la revoca dei domiciliari, un'istanza che ora, con il pronunciamento della Cassazione, ha trovato piena accoglienza. La decisione della sesta sezione penale, se da un lato restituisce la libertà a Piritore, dall'altro non chiude definitivamente il capitolo giudiziario: l'indagine prosegue e l'ex prefetto rimane formalmente indagato, in attesa che si faccia luce, attraverso i successivi gradi di giudizio, su una delle pagine più oscure e tormentate della cronaca nera italiana. L'udienza davanti al gip per il giudizio immediato, che era stata calendarizzata, dovrà ora fare i conti con questa nuova e determinante pronuncia, che potrebbe ridefinire i confini dell'intera impalcatura accusatoria costruita in questi anni dalla Procura di Palermo.




