Terre rare e silicio, la mappa che disegna la nuova geopolitica
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Redazione Esteri
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Quando si parla di terre rare, l'aggettivo che le definisce inganna, ma solo fino a un certo punto: non si tratta infatti di elementi particolarmente scarsi nella crosta terrestre, dove sono anzi ampiamente presenti. La questione cruciale, che trasforma una lista di diciassette elementi – dal lantanio al lutezio, più scandio e ittrio – in una potentissima leva geopolitica, risiede invece nella capacità di estrarli e, soprattutto, di raffinarli. È proprio in questo passaggio che una semplice mappa geologica si trasforma in una carta dei conflitti e delle dipendenze globali, come dimostra l'infografica di Visual Capitalist basata sui dati dello USGS. Una dinamica analoga, del resto, governa il mercato del silicio, dove Pechino detiene una posizione dominante che Washington tenta di controbilanciare attraverso una fitta rete di alleanze, in quella che alcuni analisti hanno iniziato a chiamare "Pax Silica". Segnali di una transizione epocale, peraltro, non mancano neppure in Europa, dove Berlino ha deciso di chiudere, entro la fine dell'anno, la sua ultima fabbrica di silicio.
La strategia americana per le filiere critiche
Consapevole di queste vulnerabilità strategiche, l'amministrazione del presidente Donald Trump sta accelerando i propri piani per costruire catene di approvvigionamento alternative a quelle controllate da Pechino. La prossima settimana, alla Casa Bianca, sarà proprio questo l'obiettivo dell'incontro con le delegazioni di otto paesi alleati: Australia, Giappone, Corea del Sud, Singapore, Regno Unito, Paesi Bassi, Israele ed Emirati Arabi Uniti. L'iniziativa, orchestrata dal sottosegretario Jacob Helberg, punta a stringere accordi specifici sui minerali critici e sui semiconduttori necessari per alimentare la corsa all'intelligenza artificiale, settore nel quale, come ha dichiarato lo stesso Helberg, è in atto una "corsa a due" con la Cina.
Il precedente giapponese e l'arma delle esportazioni
La necessità di diversificare le fonti di approvvigionamento non è una mera ipotesi teorica, ma una lezione appresa a caro prezzo da alcuni paesi. La Cina, in più di un'occasione, ha infatti utilizzato le proprie esportazioni di materiali critici come una vera e propria arma di pressione diplomatica. Oltre alla nota contro-minaccia rivolta durante le schermaglie commerciali con gli Stati Uniti, un precedente significativo risale al 2010, quando una disputa territoriale con il Giappone per il controllo di alcune isole nel Mar Cinese Orientale portò Pechino a limitare drasticamente le spedizioni di terre rare verso Tokyo. In quel frangente, il Giappone dipendeva dalla Cina per circa il novanta per cento del suo fabbisogno, trovandosi in una posizione di estrema difficoltà.
La complessa sfida del raffino
Liberarsi da questa dipendenza, tuttavia, è un'operazione complessa e di lungo periodo. Il vero collo di bottiglia, come accennato, non è l'estrazione del materiale grezzo, bensì la successiva fase di raffinazione, un processo industriale ad alta intensità tecnologica e con un impatto ambientale non trascurabile. La Cina, nel corso dei decenni, ha costruito in questo settore un vantaggio competitivo schiacciante, che le permette di controllare la parte a maggior valore aggiunto dell'intera filiera. Per questo, gli sforzi statunitensi e dei loro partner non si limitano alla ricerca di nuovi giacimenti, ma sono sempre più orientati a sviluppare capacità di lavorazione autonome, unico modo per garantire una reale sicurezza delle forniture per le industrie high-tech e per la difesa.




