Fater, l’azienda che libera le ferie e azzera il cartellino: il patto sulla fiducia
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Redazione Interno
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Si può davvero abbandonare il modello del “comando e controllo” senza cadere nel caos o, peggio, nell’abuso? In Italia esiste un’azienda, la Fater (joint venture tra Angelini Industries e Procter&Gamble), che sostiene di avercela fatta, tanto da aver deciso di fare un ulteriore salto nel buio. Qui, dove si producono prodotti di largo consumo come Pampers o Ace, hanno appena siglato un accordo integrativo che per i prossimi tre anni (fino al 2028) cancella di fatto il concetto tradizionale di “giorno di ferie” per impiegati e operai, seguendo un percorso iniziato anni fa con l’abolizione delle timbrature. L’intervista a Giulio Natali, Chief People & Culture Officer dell’azienda, rivela il meccanismo di questa scommessa: «Vogliamo dipendenti felici», un obiettivo che, spiega, si raggiunge non con i benefit fine a se stessi, ma restituendo centralità alla persona.
Le nuove regole della genitorialità e del tempo
Dentro i confini di questa realtà abruzzese, che conta oltre 1.400 dipendenti, la parola “limite” sembra essere stata bandita dal vocabolario contrattuale. Non si parla solo di ferie illimitate, che pure rappresentano la misura più iconica (e per molti, ancora incomprensibile). L’accordo, approvato con un plebiscito del 95% in un referendum che ha coinvolto i lavoratori, mette nero su bianco un pacchetto di welfare che sfida le statistiche nazionali. Per i neo-papà, per esempio, arrivano tre mesi di congedo pagati al 100%, superando l’80% previsto dalla legge; una scelta che non solo equipara il trattamento tra part-time e full time, ma che rilancia il ruolo della figura paterna in un’ottica di parità sostanziale. Le neomamme, invece, ottengono un’integrazione salariale totale durante i periodi di interdizione, senza intaccare la maturazione della quattordicesima.
L’ibrido senza fine e i figli in ufficio
Parallelamente a questa rivoluzione delle pause, c’è quella della presenza. Lo smart working, che altrove viene richiamato con il contagocce o avvolto da burocrazia, qui è stato stabilizzato a tempo indeterminato: i dipendenti possono scegliere liberamente di lavorare da remoto cinque giorni su cinque, oppure recarsi nel campus di Spoltore (Pescara) dove, tra le altre cose, possono portare i figli (dai sei anni in su) senza preavviso o il proprio cane in aree dedicate. «Abbiamo abbandonato il modello tradizionale», ribadisce Natali, sottolineando come in questo ambiente non si siano registrati quegli abusi che i critici del modello paventano. La logica sottostante è che la prestazione lavorativa non si misuri più in ore passate sulla sedia, ma in obiettivi raggiunti; una filosofia che l’azienda persegue da quando, più di cinque anni fa, ha lanciato la strategia “People First”.
La sicurezza economica oltre lo stipendio
C’è poi un capitolo che riguarda le fragilità, spesso rimosso quando si parla di “aziende dei sogni”. Il contratto integrativo non si limita a regalare giornate di riposo, ma costruisce una rete con denaro concreto. È il caso del fondo di solidarietà, potenziato fino a superare i 250 mila euro annui per coprire spese sanitarie, o della previsione di un assegno una tantum da 50 mila euro per gli eredi in caso di morte di un dipendente che lasci figli minorenni o non autosufficienti. A ciò si aggiunge un bonus asilo nido da 250 euro netti al mese e un premio di partecipazione che, al raggiungimento del 100% degli obiettivi, toccherà i 2.700 euro nell’anno fiscale 2027/2028. L’aumento del buono pasto (fino a 8 euro) e il riconoscimento dell’indennità di trasferta anche senza pernottamento completano il quadro di una filosofia che prova a restituire dignità economica al lavoratore, svincolandolo dalla logica del rimborso spese fine a se stesso.




