Conte accetta la sfida delle primarie e rilancia: “Aperte a tutti, non solo agli iscritti”. Nel Pd crescono i timori, mentre Salis resta fuori

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’esito del referendum sulla giustizia, che ha consegnato una netta bocciatura alla riforma voluta dal governo, ha innescato nel centrosinistra una reazione a catena che già mostra i primi effetti politici sul fronte dell’esecutivo, con le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi arrivate – come qualcuno ha osservato – in ritardo rispetto alla richiesta di un’opposizione che, da tempo, ne chiedeva il passo indietro. E se la premier Giorgia Meloni, alla luce del risultato referendario, si è limitata a un commento di pochi secondi, come a voler archiviare in fretta una sconfitta che pesa come un macigno sulla sua maggioranza -10, dall’altra parte Giuseppe Conte si è mosso con la velocità che lo caratterizza, rivendicando la vittoria e proponendosi come motore della costruzione della coalizione alternativa.

Il leader del Movimento 5 Stelle, nel commentare il dato elettorale, ha parlato di un vero e proprio “avviso di sfratto” per Giorgia Meloni, sottolineando come la partecipazione massiccia – soprattutto dei giovani, nonostante le difficoltà imposte ai fuori sede – abbia dimostrato che la democrazia è ancora vitale e che i cittadini chiedono di essere ascoltati. Ed è proprio su questa scia che Conte ha innestato la sua mossa più significativa: l’apertura totale alle primarie di coalizione. L’ex presidente del Consiglio, che secondo i primi sondaggi post-voto parte leggermente favorito rispetto a Elly Schlein nella corsa alla leadership -8, ha posto delle condizioni precise che delineano già il perimetro della sua strategia: la consultazione dovrà essere “aperta a tutto il popolo del centrosinistra”, non limitata agli iscritti dei singoli partiti, e dovrà servire non solo a scegliere il candidato premier, ma anche a definire un programma partecipato, un percorso che i pentastellati intendono portare avanti attraverso iniziative sul territorio.

L’apertura di Conte, che ha dichiarato la propria disponibilità a correre purché si tratti di primarie “dei cittadini e non di apparato” -10, ha colto di sorpresa più di qualcuno nel Partito Democratico, dove la segretaria Elly Schlein ha raccolto la sfida ma ha subito cercato di ridimensionare i toni, spostando l’attenzione sulla necessità di non disperdere la mobilitazione emersa con il referendum. Dopo aver inizialmente ribadito la sua disponibilità (“ho sempre detto che in caso di primarie sarei stata disponibile”) -7, la leader dem ha provato a invertire le priorità: prima il programma, poi il nome del candidato. Un tentativo di arginare la fuga in avanti di Conte che, secondo fonti interne al partito, nasconde timori concreti. Il rischio, per il Pd, è quello di una consultazione aperta in cui il leader del M5S – più noto all’elettorato generalista e capace di pescare voti anche tra gli elettori dem e di Avs – possa imporsi, facendo arretrare la segretaria che pure ha il merito di aver risollevato il partito dopo la débacle delle politiche.

A complicare ulteriormente il quadro, gettando ombre sulla tenuta dell’alleanza prima ancora che si arrivi ai gazebo, è arrivata la voce della sindaca di Genova, Silvia Salis. L’ex atleta, eletta con l’appoggio proprio di Pd e M5S, ha gelato le ambizioni di chi la vedeva come una possibile candidata federatrice esterna. In un’intervista successiva al referendum, Salis ha dichiarato senza mezzi termini di considerare le primarie “tecnicamente sbagliate”, spiegando che questo meccanismo “ti obbliga a mettere in contrapposizione due o più soggetti politici che in realtà sono nella stessa alleanza”, costringendo a fare campagna elettorale contro le persone con cui poi si dovrebbe governare. Una posizione netta che, se da un lato la allontana dalla competizione nazionale, dall’altro alimenta un dibattito interno su quali siano gli strumenti più adatti a tenere insieme un campo largo che appare ancora molto fragile sul piano programmatico.

La stessa fragilità è emersa con chiarezza nei giorni successivi al voto, quando i nodi della politica estera – su cui le sensibilità tra i partiti restano distanti – sono tornati alla ribalta, quasi a voler ricordare che un’alleanza non si costruisce solo con la condivisione di una sconfitta inflitta all’avversario. Durante la convention di Più Europa, Conte ha corretto la rotta rispetto ad alcune posizioni espresse in precedenza dal suo partito, dichiarando che l’Italia non deve acquistare gas russo fino a quando non ci sarà un trattato di pace, un’apertura che alcuni osservatori hanno letto come una “giravolta” per rendersi più gradito agli elettori più moderati del centrosinistra. Se da un lato il leader pentastellato si è mostrato così disposto a mediare sul tema ucraino, dall’altro l’asse tra i due partiti resta da verificare su dossier altrettanto delicati come quello fiscale o delle migrazioni, temi su cui non è scontato trovare una sintesi.

I nodi del programma e la partita vera sull’alleanza

La vittoria referendaria, insomma, ha restituito slancio e visibilità all’opposizione, ma ha anche accelerato i tempi di una partita che rischia di consumarsi tutta all’interno. Mentre Conte si muove con l’obiettivo dichiarato di intercettare la domanda di partecipazione emersa dalle urne, lanciando un percorso in cento piazze per scrivere il programma insieme ai cittadini -10, nel Pd si moltiplicano gli appelli a non sottovalutare il lavoro di cesello sui contenuti. C’è chi suggerisce a Schlein di non essere troppo “assertiva” sulla questione delle primarie e di concentrarsi piuttosto sul costruire un’intesa che vada oltre la semplice sommatoria aritmetica dei consensi. La stessa segretaria, del resto, ha già dovuto prendere le distanze dall’ipotesi di un candidato esterno, seppur senza chiudere del tutto la porta a una soluzione condivisa in extremis.

Resta sullo sfondo, ma con un peso specifico sempre maggiore, il dato numerico che emerge dai primi rilevamenti demoscopici dopo il voto. Secondo la Supermedia Youtrend, il campo largo aggregato – che include Pd, M5S, Avs e le formazioni minori – ha superato per la prima volta il centrodestra, attestandosi al 45,4%. Un sorpasso che, se confermato, rappresenterebbe un’inversione di tendenza rispetto agli ultimi anni, ma che all’interno nasconde una gerarchia precisa: mentre il Partito Democratico cresce di un misurato 0,2%, il Movimento 5 Stelle guadagna lo 0,8%, consolidando la sua posizione di terza forza politica e accorciando le distanze dal partito di Elly Schlein. Un vantaggio, quello di Conte, che rischia di trasformare la consultazione per la leadership da momento di sintesi a potenziale elemento di frattura, specialmente se, come temono alcuni ambienti del Nazareno, il confronto si riducesse a una conta tra i due segretari senza una sufficiente copertura programmatica.

In questo scenario, la scelta di Silvia Salis di rimanere fuori dalla mischia assume il valore di un atto politico. La sindaca di Genova, pur avendo già dimostrato di poter attrarre consensi anche al di sopra della stessa Schlein in alcuni sondaggi -8, ha ribadito di non voler partecipare alla corsa per la leadership nazionale, affermando che in caso di primarie non esprimerà alcuna preferenza, concentrandosi sul suo ruolo amministrativo. La sua posizione critica verso lo strumento della consultazione popolare, definito un “messaggio di divisione”, rappresenta un ulteriore segnale di quanto sia ancora lunga e tortuosa la strada per ricomporre le divergenze e presentarsi al Paese come una compagine coesa e credibile.

La fase immediatamente successiva al referendum, dunque, ha assunto i contorni di un vero e proprio test di resistenza per la coalizione progressista. Le dimissioni dei ministri, interpretate da molti come il primo cedimento della maggioranza di destra dopo la sconfitta elettorale, hanno alimentato la convinzione in casa dem e M5S che ci siano le condizioni per provare a costruire un’alternativa. Ma la partita, ora, si gioca sulla capacità di tradurre l’entusiasmo referendario in un progetto condiviso: un’impresa che richiederà di superare non solo le divergenze su temi come la difesa europea o la politica economica, ma anche di gestire le diverse ambizioni personali senza che queste facciano saltare il tavolo.

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