Avetrana tra fiction, veleni e telecamere
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Avetrana, un piccolo comune della provincia di Taranto, è diventato, negli ultimi anni, un vero e proprio epicentro mediatico. Ogni abitante, almeno una volta nella vita, è stato intervistato da una troupe televisiva, come racconta Donato Livieri, gestore dell'Enicaffè, che ricorda un'intervista recente in cui gli veniva chiesto un parere sulla liberazione di Michele Misseri. La cittadina, infatti, è tristemente nota per il caso di cronaca nera che ha coinvolto Sarah Scazzi, una giovane ragazza la cui tragica fine ha scosso l'intera nazione.
Nonostante l'attenzione mediatica, ad Avetrana non esiste neanche una targa in memoria di Sarah, un'assenza che molti trovano significativa. La recente serie televisiva "Avetrana – Qui non è Hollywood", diretta da Pippo Mezzapesa, ha riacceso i riflettori sulla cittadina, suscitando reazioni contrastanti. La scelta della prima immagine promozionale, che ricordava pericolosamente una parodia di Maccio Capatonda, ha generato ilarità sui social, tanto che lo stesso comico ha ringraziato Disney+ per l'omaggio.
La serie, che si propone di raccontare la realtà di Avetrana, ha sollevato interrogativi sulla rappresentazione mediatica dei fatti di cronaca. La vicenda di Avetrana, inglobata dall'intrattenimento, si contrappone a quella di San Severo, un'altra città pugliese recentemente colpita da un femminicidio/suicidio. Entrambe le località, seppur diverse, subiscono l'irruzione televisiva, che spesso semplifica e spettacolarizza eventi complessi e dolorosi.
James Ballard, scrittore inglese, definiva "mostra delle atrocità" lo scorrere quotidiano delle notizie in una società avanzata alla deriva. Questa definizione sembra calzare perfettamente per descrivere l'esposizione continua e quasi dipendente del pubblico alla devianza, alimentata dai palinsesti televisivi.




