Stellantis, ufficiale: niente gigafactory a Termoli. La transizione elettrica europea inceppata
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Redazione Economia
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La transizione verso l'elettrico, che i grandi costruttori europei hanno promosso come un percorso obbligato e inarrestabile, mostra una crepa profonda proprio nel suo elemento fondante: la produzione autonoma delle batterie. A confermarlo, con un colpo di scena atteso ma non per questo meno significativo, è la decisione ufficiale di abbandonare il progetto della gigafactory di Termoli, che doveva sorgere dalle ceneri dello storico stabilimento per la produzione del motore Fire. La joint venture Automotive Cells Company, nata dall'alleanza tra Stellantis, Mercedes e il colosso energetico Total, ha comunicato ai sindacati la scelta definitiva di accantonare il piano, ammettendo, in una formulazione asciutta e burocratica, che "non ci sono le condizioni" per procedere. La stessa sorte, del resto, tocca a un impianto gemello che era stato previsto in Germania, a Kaiserslautern, delineando un quadro di difficoltà che travalica i confini nazionali e investe la strategia industriale del continente.
Un fallimento strategico oltre che industriale
La retorica della sovranità industriale, che aveva spinto a varare progetti ambiziosi come quello di ACC, si scontra con una realtà fatta di costi insostenibili, ritardi tecnologici e una concorrenza asiatica, specialmente cinese, che resta "lontanissima" per qualità, costo e affidabilità dei prodotti, come hanno più volte rilevato analisti di settore. Il report di Bloomberg che per primo ha rivelato le difficoltà operative della joint venture, citando fonti interne ben informate, ha fotografato una produzione che fatica a raggiungere i ritmi sperati, minando alla base la sostenibilità economica dell'intera operazione. Quella che doveva essere una bandiera della riconversione verde europea si trasforma, suo malgrado, nel simbolo di un ritardo difficilmente colmabile nel breve periodo, mentre le case automobilistiche continuano a raccogliere delusioni nel tentativo di costruire una filiera indipendente.
Le reazioni e il nodo occupazionale
A rendere pubblico l'esito negativo delle trattative è stata la Uilm, con i segretari nazionali e locali Gianluca Ficco e Francesco Guida, i quali hanno riferito di avere ricevuto la comunicazione ufficiale dalla direzione di ACC, confermando così "ciò che temevamo da tempo". La dichiarazione del sindacato, perentoria, non lascia spazio a interpretazioni: il progetto è "definitivamente accantonato". Da parte sua, Stellantis, che solo ieri ha visto una pesante svalutazione del suo valore in Borsa, ha garantito l'impegno a "tutelare l'occupazione" nello sito molisano, promettendo di elaborare una strategia alternativa per garantirne la continuità. Tuttavia, l'annuncio è stato percepito come un duro colpo, soprattutto in una regione che contava sulla riconversione per salvaguardare il proprio futuro industriale, e le promesse della multinazionale, al momento, non sono riuscite a placare le proteste.
Le implicazioni per il settore
L'arretramento di ACC, che rappresenta uno dei pilastri della transizione voluta dall'Europa, costringe ora tutti gli attori in campo a una riflessione profonda. Senza una base produttiva solida e competitiva per le batterie, l'intero piano di elettrificazione dei trasporti rischia di rimanere sospeso in un pericoloso equilibrio, dipendente da fornitori esteri. La mossa, inevitabilmente, costringerà Stellantis, guidata da Exor della famiglia Agnelli-Elkann, a rivedere i propri piani di approvvigionamento, mentre il governo di Donald Trump, nuovamente presidente degli Stati Uniti, spinge con politiche industriali aggressive per attrarre investimenti nel proprio territorio. Il tramonto del sogno di Termoli, quindi, non è un episodio isolato ma un sintomo di una competizione globale nella quale l'Europa fatica a trovare il suo posto, vedendo sfumare, progetto dopo progetto, l'obiettivo di un'autonomia strategica.




