Zelenska a Parigi: "Europa, non abituatevi alle nostre bare bianche"
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Redazione Esteri
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Mentre il marito Volodymyr Zelensky rinsaldava, per la decima volta, i legami politici con Emmanuel Macron all'Eliseo, Olena Zelenska conduceva una propria, silenziosa, missione diplomatica dalle tonalità ben diverse. Sotto gli ori del Quai d'Orsay, affiancata da Brigitte Macron e dal ministro Jean-Noël Barrot, la first lady ucrainia ha scelto la platea del Festival dell'Ucraina in Francia per lanciare un appello che, andando oltre la retorica ufficiale, punta diritto al cuore dell'indifferenza che percepisce crescere. La sua voce, durante l'incontro promosso da Libération, si è concentrata sul progetto per "riportare a casa i bambini", ma è risuonata con particolare forza quando ha rievocato immagini di un lutto privato diventato simbolo di una tragedia collettiva. Ha parlato, infatti, di un padre visto cullare la bara bianca del proprio figlio in un cimitero, un'immagine che lei stessa ha definito "insopportabile" e che conserva come una ferita indelebile.
Il peso dei ricordi che non svaniscono
Quel ricordo, che la first lady porta con sé come un macigno, non è un episodio isolato ma si intreccia con la cronaca nera quotidiana di un conflitto che continua a mietere vittime innocenti. Ha fatto riferimento, senza scendere in dettagli espliciti ma con precisione chirurgica, al recente attacco missilistico che ha polverizzato un palazzo a Ternopil nelle ore dell'alba, causando decine di morti e oltre un centinaio di feriti. Sono fatti di cui, come lei stessa ha notato con amarezza, in Europa si parla ormai di meno, quasi ci si fosse assuefatti al bollettino di una guerra percepita come lontana. Eppure, per chi quelle bare le vede davvero, non c'è spazio per l'assuefazione; c'è solo il dolore straziante di un genitore che dondola l'ultima culla del proprio bambino, un'immagine che racchiude tutta l'horror vacui di una nazione sotto attacco.
La stanchezza dell'Occidente e l'assenza di alternative
La riflessione di Zelenska tocca poi un nervo scoperto della relazione tra Kiev e i suoi alleati: la percezione di un crescente affaticamento. «Purtroppo, vediamo che da voi la gente si sta stancando, è stufa di sentire notizie dall'Ucraina», ha affermato durante l'intervista, cogliendo quel sottofondo di domande – "Quanto manca ancora?" – che circola nei discorsi pubblici e privati. La sua risposta, del resto, non ammette ambiguità e non lascia spazio a possibili vie di fuga moralmente accettabili. Di fronte a un aggressore che non demorde, la scelta per gli ucraini si riduce a un binario crudele e netto, una disgiunzione tra la resistenza, con il suo carico di sofferenza da comunicare al mondo, e l'annientamento. «Noi non abbiamo scelta», ha rimarcato, sottolineando come per loro non esista la comodità di distogliere lo sguardo.
Un monito culturale oltre la politica
Il suo intervento, dunque, trascende la semplice cronaca o la richiesta di ulteriori aiuti militari, sebbene quella rimanga imprescindibile. Si configura piuttosto come un monito culturale e umano, lanciato da una donna che, pur ricoprendo un ruolo istituzionale, ha scelto di mostrare le cicatrici personali legate a una guerra che ha rubato l'infanzia a migliaia di bambini e la vita a tanti altri. Parlando dalla capitale francese, crocevia di diplomazia e di pensiero, ha utilizzato il potere narrativo di un singolo, straziante ricordo per tentare di infrangere la barriera dell'abitudine. Il suo messaggio, in definitiva, è un appello a non normalizzare l'orrore, a non permettere che il rumore di fondo della guerra diventi una semplice, e sopportabile, presenza nelle coscienze europee, perché quella normalizzazione è un lusso che il popolo ucraino, stretto nella morsa della violenza, non può in alcun modo permettersi.




