Il libro e l'astuccio tra le macerie della scuola di Minab: l'ombra di un crimine di guerra sul raid
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Redazione Esteri
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L'immagine, che la televisione di Stato iraniana ha trasmesso quasi come un atto d'accusa silenzioso, mostra un libro di matematica aperto, una merenda ancora confezionata e un astuccio di quelli con le matite colorate, il genere di oggetti che riempiono gli zaini di bambine di sette, otto, dieci anni. Solo che qui non sono appoggiati su un banco, al termine di una lezione qualunque. Li hanno recuperati, insieme a corpi martoriati talmente piccoli da rendere la conta dei morti – che le autorità, aggiornando costantemente il bollettino, hanno portato a oltre centosessanta, per la precisione centosessantotto secondo quanto riportato da alcune agenzie stampa internazionali che citano fonti locali -4 – un'operazione straziante e complicata. I raid, condotti nella giornata di sabato contro l'Iran e rivendicati nell'ambito dell'offensiva congiunta di Israele e Stati Uniti, non avevano risparmiato la provincia di Hormozgan, nel sud del paese, e nemmeno la cittadina di Minab, dove sorge la scuola elementare femminile "Shajareh Tayyebeh". Il luogo, al momento dell'impatto, era pieno di alunne: era l'inizio della settimana scolastica, e le aule erano occupate.
La dinamica di quanto accaduto in quella struttura, che sorge nelle vicinanze di una base dei Basij, è al centro di una ridda di ricostruzioni e di una condanna che assume i contorni del diritto internazionale. Il portavoce dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, Ravina Shamdasani, ha usato parole misurate ma di una chiarezza cristallina: ha chiesto un'inchiesta "imparziale e approfondita" e, soprattutto, ha stabilito un nesso diretto tra i fatti e il diritto bellico, sottolineando che attacchi siffatti, qualora si accertasse che sono stati diretti contro obiettivi civili o con modalità indiscriminate, costituirebbero "gravi violazioni del diritto internazionale umanitario" e potrebbero configurare crimini di guerra. La stessa Unesco, in una nota diramata nelle scorse ore, ha parlato di "grave violazione" della legge umanitaria, ricordando che le scuole sono spazi protetti e che colpirle significa minare il diritto all'istruzione e mettere deliberatamente a repentaglio vite di civili.
Sul terreno, intanto, il dolore ha preso la forma di un corteo. Migliaia di persone, martedì 3 marzo, si sono radunate per l'ultimo saluto a quelle piccole vittime. Un fiume di bare, avvolte nei colori della bandiera iraniana – il rosso, il bianco e il verde – è stato trasportato a spalla tra ali di folla composte in larga parte da donne, mamme e sorelle coperte dal velo, molte delle quali in lacrime, che hanno accompagnato a piedi il corteo funebre. Le immagini delle esequie, diffuse dai media iraniani e rilanciate dalle agenzie di stampa, mostrano decine e decine di feretri allineati per la preghiera collettiva, un'immagine che rende tangibile la dimensione della strage e che ha varcato i confini nazionali, sollevando un'ondata di commozione e di sdegno nella comunità internazionale.
Se da un lato Teheran attribuisce la responsabilità dell'attacco a Israele e agli Stati Uniti, dall'altro le reazioni ufficiali da Washington e Tel Aviv sono state, per il momento, caute e interlocutorie. Il segretario di Stato americano Marco Rubio, interpellato dai giornalisti, ha dichiarato che gli Stati Uniti non prendono deliberatamente di mira le scuole, aggiungendo che se fosse stato un attacco americano, il dipartimento della Difesa avrebbe aperto un'indagine. Fonti militari israeliane, dal canto loro, hanno riferito ad alcune agenzie di non essere a conoscenza di un attacco contro quell'obiettivo specifico. In questo clima di contrapposizione frontale e di informazioni frammentarie, emerge con forza la richiesta avanzata dall'Onu affinché siano "le forze che hanno condotto l'attacco" a far luce sull'accaduto, rendendo pubbliche le conclusioni e garantendo giustizia e risarcimenti alle famiglie delle vittime.
Il nodo della prova: la scuola era un obiettivo separato dalla base militare
A complicare il quadro e ad alimentare le polemiche ci hanno pensato le ricostruzioni giornalistiche e le verifiche indipendenti. Secondo un'analisi condotta dall'unità investigativa digitale di Al Jazeera, la scuola "Shajareh Tayyebeh" di Minab non solo si trova a poche centinaia di metri da una base della Marina dei Guardiani della Rivoluzione, ma è amministrativamente parte di una rete di istituti scolastici destinati prioritariamente ai figli del personale militare iraniano. Una circostanza, questa, che i legali e i portavoce delle forze coinvolte nel conflitto potrebbero provare a utilizzare per sostenere la natura duale dell'obiettivo. Tuttavia, la stessa inchiesta giornalistica sottolinea come, al di là dei legami amministrativi, la struttura fosse inequivocabilmente civile e riconoscibile come tale: le immagini satellitari, analizzate a partire dal 2013, mostrano che l'edificio scolastico era stato fisicamente separato dal perimetro militare già nel 2016, con la costruzione di muri interni, l'apertura di varchi indipendenti sull'esterno – tre ingressi distinti per far entrare e uscire le alunne senza attraversare posti di blocco – e l'installazione di campi da gioco e pitture murali colorate.
A rafforzare questa tesi, sempre secondo le verifiche dei giornalisti, vi sarebbero le riprese effettuate immediatamente dopo l'esplosione. Due diversi video, geolocalizzati dalla testata, mostrerebbero due colonne di fumo nero alzarsi contemporaneamente da punti distinti e distanti tra loro: una dal complesso militare e una, distinta e separata, dall'area della scuola. Questa evidenza, se confermata, smentirebbe la possibilità che l'istituto sia stato danneggiato da schegge o da un missile deviato, puntando invece verso un duplice e coordinato attacco contro due bersagli differenti, di cui uno palesemente civile. Una distinzione, quella tra ciò che è un obiettivo legittimo e ciò che non lo è, che rappresenta il cuore del diritto bellico e che, in questo caso, giace sotto le macerie insieme a quelle bambine.




