Terremoto in Myanmar, tra macerie e guerra: "Non c'è più futuro"

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Tony, che ha perso tutto sotto le macerie di Mandalay, fatica a trovare le parole. "Sono ancora fuori di me", dice, mentre racconta di una città dove l’acqua potabile scarseggia e i soccorritori scavano tra le rovine. Il terremoto del 28 marzo, di magnitudo 7.7, ha lasciato dietro di sé non solo distruzione ma anche una crisi umanitaria che si intreccia con un conflitto mai sopito. "La morte è dappertutto", aggiunge un altro sopravvissuto, il cui nome è stato cambiato per proteggerne l’identità.

Nonostante la riapertura della ferrovia Rangoon-Mandalay e dell’aeroporto internazionale, segnali fragili di normalità in un paese ancora in ginocchio, la situazione rimane disperata. Secondo i dati ufficiali, i morti accertati sono 3.471, i feriti superano i 4.600 e 214 persone risultano disperse. Migliaia, intanto, sopravvivono in tende di fortuna o all’addiaccio, esposti a un caldo torrente e alla mancanza di servizi essenziali. Nella regione del Lago Inle, interi villaggi galleggianti sono stati spazzati via, costringendo gli abitanti a rifugiarsi su barche, dove l’igiene è un lusso e l’acqua potabile un miraggio.

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