Il terremoto in Myanmar e le sue conseguenze: tra speranze e tragedia
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Redazione Esteri
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A tre giorni dal sisma che ha scosso il Myanmar, le operazioni di soccorso procedono tra difficoltà e rari momenti di sollievo, come quello vissuto stamattina a Mandalay, dove una donna è stata estratta viva dopo sessanta ore tra le macerie del Great Wall Hotel. L’intervento, durato cinque ore, ha restituito un barlume di speranza in un contesto altrimenti dominato dalla tragedia: mentre i presenti applaudivano al suo passaggio in barella, migliaia di persone rimangono sepolte sotto gli edifici crollati, in un bilancio che continua a peggiorare.
I numeri ufficiali parlano di oltre duemila vittime accertate, secondo quanto dichiarato dalla Giunta militare, ma il Servizio Geologico degli Stati Uniti stima, con una probabilità del 67%, che il conteggio finale possa superare le diecimila. La vastità della faglia, estesa per 450 chilometri, spiega l’intensità distruttiva del terremoto, le cui scosse hanno raggiunto anche la Thailandia, provocando il crollo di un grattacielo in costruzione a Bangkok. Undici operai sono morti nel disastro, mentre altri 76 risultano ancora intrappolati, con i soccorritori che scavano a mani nude tra le macerie.
Nonostante la gravità della situazione, i ribelli locali hanno dichiarato un cessate il fuoco unilaterale per agevolare gli aiuti, ma i combattimenti non si sono fermati, con la Giunta che continua i bombardamenti. La distribuzione di viveri e medicinali agli sfollati, già complicata dalla carenza di infrastrutture, è ulteriormente ostacolata dalla diffidenza del regime, noto per la sua opacità. Nelle zone rurali, le più colpite e al contempo le meno accessibili, il numero reale delle vittime potrebbe essere sottostimato, considerando anche l’arretratezza dei sistemi di comunicazione.




