La morte in Myanmar è dappertutto: il terremoto aggrava una crisi senza fine
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Redazione Esteri
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Tony, che abita a Mandalay, la seconda città del Myanmar, racconta di essere ancora "fuori di sé" dopo il terremoto del 28 marzo, che ha spazzato via case, strade e speranze. Come lui, migliaia di sopravvissuti parlano di un paese allo stremo, dove manca l’acqua potabile, i corpi rimangono sotto le macerie e la guerra civile continua a mietere vittime. "Non c’è futuro", dice uno di loro, mentre la giunta militare conferma un bilancio di 3.514 morti, 4.800 feriti e 210 dispersi.
Il sisma, di magnitudo 7.7, ha colpito la zona tra Sagaing e Mandalay, una regione già segnata da decenni di tensioni e conflitti. Le Nazioni Unite stimano che 17 milioni di persone siano state coinvolte, con 9 milioni nelle vicinanze dell’epicentro, dove 57 comuni sono stati ridotti in macerie. La faglia di Sagaing, che attraversa il paese da nord a sud, è nota per la sua attività sismica, ma la mancanza di prevenzione ha trasformato una tragedia annunciata in una catastrofe senza precedenti.
Nella regione del Lago Inle, interi villaggi galleggianti sono stati inghiottiti dalle acque, costringendo migliaia di persone a vivere su barche di fortuna. Senza riparo, esposti al sole cocente e a fonti d’acqua contaminate, i sopravvissuti affrontano condizioni igieniche sempre più disperate. Le operazioni di soccorso, già complicate dalla geografia del territorio, sono ulteriormente ostacolate dai combattimenti tra l’esercito e i gruppi ribelli, che rendono inaccessibili intere aree.




