Il Myanmar conta i suoi morti dopo il terremoto, mentre i soccorsi faticano tra le macerie
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Redazione Esteri
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Il bilancio, ancora provvisorio, del sisma di magnitudo 7.7 che ha devastato il Myanmar supera ormai i 1.700 morti, con migliaia di feriti e intere aree ridotte a cumuli di macerie. Le squadre di emergenza, affiancate da volontari locali e organizzazioni internazionali, scavano senza sosta nella speranza di trovare sopravvissuti, ma il tempo stringe e le condizioni sul terreno complicano ogni operazione. Le scosse, che hanno colpito una regione già fragile per la povertà endemica e i conflitti interni, hanno lasciato dietro di sé un panorama di distruzione, con abitazioni crollate e infrastrutture inagibili.
Oxfam, tra le prime realtà intervenute, ha segnalato una situazione drammatica, soprattutto per chi si è ritrovato senza un tetto. "La priorità è garantire acqua pulita, ripari di fortuna e assistenza medica", ha spiegato un portavoce, mentre i team distribuiscono kit igienici agli sfollati. Le stime parlano di oltre 3.400 feriti, ma i numeri potrebbero crescere man mano che si raggiungono le zone più isolate, dove i danni sono ancora da quantificare. Save the Children ha lanciato l’allarme per i minori coinvolti: circa sei milioni e mezzo di bambini vivono nelle aree colpite, molti dei quali potrebbero aver perso la famiglia o la casa.
Sul piano internazionale, intanto, si discute degli aiuti. Se da un lato Cina e Russia hanno intensificato il loro sostegno, dall’altro gli Stati Uniti, nonostante le rassicurazioni di Donald Trump, sembrano in ritardo. Alcuni analisti temono che i tagli ai fondi per gli interventi umanitari, voluti dall’amministrazione americana, possano limitare l’efficacia degli aiuti promessi. Intanto, la gestione delle salme è diventata un’emergenza parallela: in molte zone, data l’impossibilità di seppellirle dignitosamente, si è optato per la cremazione in strada.




