Medici senza frontiere denuncia la presenza di armi nell’ospedale Nasser di Khan Yunis e sospende le cure non salvavita

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La decisione, annunciata ufficialmente solo nei giorni scorsi ma maturata già a gennaio, porta la firma di Medici senza frontiere e riguarda l’ospedale Nasser di Khan Yunis, nel sud della Striscia: l’organizzazione umanitaria ha sospeso tutte le attività mediche non essenziali all’interno della struttura, una delle poche ancora pienamente operative nell’enclave, a causa della presenza ripetuta e sistematica di uomini armati nei suoi corridoi -3-7. Il personale dell’ong, come si legge in una nota diffusa dall’organizzazione stessa, ha segnalato un aumento preoccupante di episodi considerati ormai intollerabili, tra cui non solo il transito di individui col volto coperto e armi alla mano in diverse aree del complesso, ma anche intimidazioni ai danni di pazienti e dottori, arresti arbitrari di alcuni degenti e un recente caso sospetto di trasferimento di armi all’interno della struttura sanitaria -3-9. Un pattern di violazioni, lo definisce Msf, che ha reso impossibile proseguire il lavoro in condizioni di sicurezza e neutralità, valori questi, va ricordato, fondanti per qualsiasi intervento umanitario in zona di conflitto.

La replica della struttura sanitaria e il ruolo della polizia civile

Una presa di posizione, quella di Medici senza frontiere, che ha immediatamente innescato una dura reazione da parte della direzione dell’ospedale Nasser e delle autorità sanitarie locali, le quali, attraverso un comunicato ufficiale, hanno respinto al mittente le accuse definendole “false, infondate e fuorvianti” -2-6. Secondo quanto sostenuto dai responsabili della struttura, la presenza di uomini armati all’interno del perimetro ospedaliero non sarebbe riconducibile a milizie o gruppi combattenti, bensì a reparti di polizia civile la cui attività, legittima e trasparente, sarebbe finalizzata unicamente a garantire l’incolumità di pazienti e personale da attacchi esterni e da gruppi incontrollati che, nel caos degli ultimi mesi, hanno più volte preso di mira il nosocomio -4-8. Una ricostruzione, quest’ultima, che mira a ribaltare la prospettiva: non una milizia che occupa un ospedale, ma un presidio di sicurezza reso necessario dalla legge e dalla situazione di estremo degrado, per proteggere un bene civile -1. Il ministero dell’Interno gestito da Hamas, dal canto suo, ha fatto sapere che verranno intensificate le misure per scongiurare qualsiasi presenza armata non autorizzata, minacciando azioni legali contro i trasgressori -7-9.

Il peso di una denuncia senza precedenti

L’elemento di novità, e di potenziale rottura, non risiede tanto nella notizia in sé, quanto nella fonte che la rilascia. Per la prima volta dall’inizio delle ostilità, infatti, non è Israele a denunciare l’utilizzo delle strutture sanitarie di Gaza da parte di milizie palestinesi, ma un’organizzazione internazionale che, al contrario, era stata spesso critica verso le operazioni militari israeliane e i bombardamenti che avevano colpito proprio gli ospedali -3. Msf, nella sua dichiarazione, ha sottolineato di non essere in grado di stabilire con certezza l’affiliazione degli uomini armati avvistati, ma ha comunque formalizzato la propria preoccupazione alle “autorità competenti”, senza però specificare quali, ribadendo il principio per cui gli ospedali devono rimanere spazi neutrali e protetti -3-7. Una precisazione, questa, che arriva in un contesto in cui il diritto internazionale umanitario prevede sì la possibilità che una struttura sanitaria perda la propria immunità se usata per atti ostili, ma impone comunque rigidi protocolli di preavviso prima di eventuali attacchi -3.

Un sistema sanitario al collasso e le misure israeliane

La decisione di Medici senza frontiere, che di fatto continuerà a garantire solo i servizi critici come la chirurgia per traumi e grandi ustionati sospendendo invece il supporto ai reparti di pediatria, maternità e le consultazioni ambulatoriali, rischia di aggravare ulteriormente la crisi di un sistema sanitario già in ginocchio dopo oltre due anni di conflitto -3-9. Il responsabile dei registri del ministero della Salute di Gaza, Zaher al-Waheidi, ha già lanciato l’allarme sulle conseguenze che questa parziale ritirata avrà, specialmente per le pazienti in gravidanza e per i grandi ustionati, costretti ora a cercare alternative in una rete di strutture ormai al lumicino -3. A complicare ulteriormente il quadro, si inserisce la mossa del governo israeliano che, con una decisione separata ma temporalmente coincidente, ha disposto la cessazione di tutte le attività di Msf in Israele, Gaza e Cisgiordania a partire dal 1° marzo, accusando l’ong di non aver fornito l’elenco completo del proprio personale palestinese e di avere, secondo le autorità israeliane, almeno due dipendenti legati alla Jihad islamica e ad Hamas -1-7. Una circostanza, quest’ultima, che getta un’ombra ulteriore sulle complesse dinamiche in cui sono costretti a operare gli operatori umanitari, stretti tra le esigenze di trasparenza imposte da una parte e la necessità di mantenere un canale di accesso alle popolazioni civili dall’altra, mentre i raid israeliani continuano a mietere vittime nella Striscia, con oltre seicento palestinesi uccisi dall’inizio della fragile tregua di ottobre -4-10.

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