Uk-Ue, la svolta di Burnham: superare la Brexit per provare a ricucire il Paese

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Andy Burnham, primo ministro britannico in carica da poco meno di tre mesi, ha scelto il congresso annuale del Partito Laburista a Liverpool per una delle sue prime uscite pubbliche di peso: un discorso di un’ora, fitto di politica interna, nel quale ha detto con chiarezza che la Brexit «ha fatto più male che bene» al Regno Unito.

Non ha escluso, davanti ai delegati, un ritorno del Paese nell’Unione Europea, ma non ha nemmeno promesso che accadrà: ha parlato, piuttosto, di «opzioni» da valutare in vista del vertice tra Londra e Bruxelles previsto per la fine dell’anno.

Un’apertura a più velocità

L’apertura di Burnham non è un endorsement pieno, ma una rosa di scenari. Intervistato dalla BBC, il premier ha spiegato che il Regno Unito «potrebbe restare così come è», oppure guardare a un’unione doganale sul modello di quanto proposto da George Osborne, o ancora al mercato unico come suggerito dai Liberal Democratici al loro congresso, «oppure andare fino in fondo». La formula lascia intendere che l’esecutivo laburista voglia usare il negoziato con Bruxelles per testare la disponibilità europea, senza però esporsi a un’accusa di tradimento del voto del 2016.

Lo stesso Burnham, del resto, ha ammesso di non poter dire «sinceramente» che la situazione attuale sia soddisfacente, ricordando che l’Ue resta il primo partner commerciale del Regno Unito.

Il nodo delle regole europee

L’apertura britannica si scontra con la geometria dei Trattati. David McAllister, presidente della commissione Affari esteri dell’Europarlamento e membro della delegazione per i rapporti con Londra, ha definito il segnale di Burnham «positivo», ricordando però che qualsiasi richiesta di rientro seguirebbe l’iter dell’articolo 49 del Trattato sull’Unione Europea, con le stesse regole applicate agli altri candidati.

L’articolo 50, che disciplina il recesso, stabilisce al comma 5 che se uno Stato uscito chiede di rientrare la sua domanda è soggetta proprio alla procedura dell’articolo 49: domanda formale al Consiglio, parere della Commissione, approvazione del Parlamento europeo e unanimità degli Stati membri. McAllister ha poi messo in guardia da scorciatoie politiche: la partecipazione al mercato unico «comporta l’accettazione delle sue regole comuni e delle quattro libertà», inclusa la libera circolazione delle persone.

Cosa dicono i sondaggi

Sul terreno dell’opinione pubblica, i segnali per Burnham non sono sfavorevoli. Il sondaggista John Curtice ha rilevato che il 61 per cento dei britannici voterebbe oggi per rientrare nell’Ue, il dato più alto dal 2016, ma ha avvertito che un eventuale referendum resterebbe «sul filo del rasoio» e dipenderebbe da come la questione verrebbe impostata.

Una rilevazione YouGov commissionata da Best for Britain, condotta su quasi dodicimila elettori, ha stimato che in tutte le circoscrizioni britanniche tranne quattro la membership europea risulta l’opzione preferita in materia di rapporti con Bruxelles, con il 35 per cento delle preferenze, davanti al 18 per cento che sostiene l’attuale linea governativa di un rapporto più stretto ma entro i paletti esistenti.

Burnham, dal canto suo, ha incassato il plauso dei laburisti: un sondaggio YouGov presentato al congresso ha indicato un gradimento superiore al 90 per cento tra gli iscritti.

La posta in gioco interna

Il discorso di Liverpool non si è esaurito sulla questione europea. Burnham ha annunciato la creazione di un Servizio Nazionale di Assistenza, definendolo «una politica epocale, importante quanto la nascita del NHS», da sottoporre agli elettori alle prossime elezioni generali del 2029. Ha poi promesso di abrogare il divieto thatcheriano sulla proprietà pubblica delle società idriche, di rimettere mano al sistema delle case popolari e di ridurre il costo delle bollette energetiche.

Il cancelliere dello Scacchiere John Healey, nel suo intervento, ha però avvertito che i margini di spesa sono molto più stretti di quelli dei governi laburisti di Tony Blair e Gordon Brown, evocando un’eredità fatta di mercati obbligazionari nervosi e inflazione ancora temuta.

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