Dazi e commercio, l’Europarlamento dà l’ok (con i paletti) all’accordo con Trump
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Redazione Esteri
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Bruxelles ha finalmente trovato una quadratura, per quanto precaria, dopo mesi di tira e molla. Il Parlamento europeo, riunito in sessione plenaria, ha approvato la propria posizione negoziale sui due regolamenti chiave che dovrebbero dare attuazione all’accordo commerciale siglato nell’estate del 2025 a Turnberry, in Scozia, tra il presidente americano Donald Trump e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Il sì – arrivato con 417 voti favorevoli, 154 contrari e 71 astensioni per il primo dei due provvedimenti – rappresenta un passaggio formale atteso da oltre otto mesi, ma il sostegno dei deputati è arrivato a fronte di una serie di condizioni piuttosto stringenti, pensate per cautelare l’Unione dalle proverbiali, e tutt’altro che improbabili, giravolte dell’inquilino della Casa Bianca.
L’intesa di base, che prevede l’eliminazione della maggior parte dei dazi sui beni industriali europei in cambio di un tetto massimo del 15% sulle tariffe americane per i prodotti Ue, rischiava di restare lettera morta. A complicare l’iter, nelle scorse settimane, erano state le ripetute tensioni geopolitiche – dalle minacce di Washington sulla Groenlandia fino alle ritorsioni annunciate contro la Spagna – e la sentenza della Corte Suprema americana che aveva dichiarato illegittimi i dazi generalizzati imposti dalla precedente amministrazione, creando un vuoto normativo difficile da colmare. In questo clima di rinnovata diffidenza, l’Eurocamera ha deciso di procedere, ma blindando il testo con vere e proprie clausole di sicurezza.
Le “forbici” di Bruxelles: clausole di sospensione e scadenza fissa
Il cuore della strategia parlamentare, elaborata sotto la guida del relatore Bernd Lange (S&D, Germania), è visibile nelle modifiche sostanziali apportate ai regolamenti proposti dalla Commissione. La prima novità rilevante è il rafforzamento della clausola di sospensione: se gli Stati Uniti dovessero imporre nuovi dazi aggiuntivi, superando il limite concordato del 15%, o ricorrere a forme di coercizione economica, Bruxelles avrebbe la facoltà di sospendere in tutto o in parte le preferenze tariffarie concesse. Non solo: la procedura di attivazione è stata estesa anche a ipotesi di “minaccia all’integrità territoriale” di uno Stato membro, un’aggiunta – questa – che suona come una risposta diretta alle recenti dichiarazioni trumpiane sulla Groenlandia.
A questo si aggiunge una “sunrise clause” (clausola di entrata in vigore) di notevole peso politico: le nuove agevolazioni commerciali non scatteranno finché Washington non avrà dimostrato di rispettare pienamente gli impegni presi, in particolare per quanto riguarda la riduzione dei dazi su acciaio e alluminio. Per i prodotti europei che contengono meno del 50% di questi metalli, gli Usa dovranno adeguarsi al tetto del 15%; in caso contrario, dopo sei mesi, le preferenze dell’Ue su acciaio e alluminio verrebbero meno automaticamente. Infine, per evitare che l’accordo si trasformi in un impegno a tempo indeterminato, gli eurodeputati hanno inserito una “sunset clause” che fissa la scadenza del regolamento principale al 31 marzo 2028. Qualsiasi proroga, spiega la nota dell’Aula, dovrà passare attraverso una nuova proposta legislativa, corredata da una valutazione d’impatto approfondita.
La spinta del “ricatto” energetico e i prossimi passi
Il contesto in cui è maturato questo voto, va detto, non era affatto sereno. Se da un lato l’esecutivo comunitario, con il commissario all’Economia Valdis Dombrovskis, accoglieva con sollievo il segnale politico (“rispettiamo la parola data”), dall’altro le parole dell’ambasciatore americano presso l’Ue hanno lasciato pochi dubbi sulle pressioni esercitate. In un’intervista alla vigilia, il diplomatico aveva chiaramente fatto intendere che un eventuale blocco dell’accordo avrebbe messo a rischio l’accesso “favorevole” dell’Europa al gas naturale liquefatto statunitense. Un avvertimento pesante, in un momento in cui il Vecchio Continente – ancora alle prese con la diversificazione delle forniture dopo la crisi ucraina – importa dagli Stati Uniti oltre la metà del proprio Gnl e guarda con crescente apprensione alla chiusura di rotte cruciali come quella di Hormuz.
L’approvazione odierna non chiude però la partita. I deputati hanno sì ottenuto un mandato forte per i prossimi negoziati interistituzionali, ma il testo dovrà ora confrontarsi con la posizione del Consiglio (gli Stati membri), che in passato aveva mostrato meno entusiasmo per un approccio così rigidamente condizionato. Il rischio, come avvertono gli stessi socialisti europei in una nota, è che i governi tentino di limare proprio quelle tutele considerate dai parlamentari come “condizioni minime” per il sostegno finale. Intanto, l’accordo di Turnberry resta formalmente in vigore nel suo impianto principale, con il limite del 15% per le tariffe generalizzate, mentre aziende e settori produttivi attendono di capire se la tregua commerciale reggerà il prossimo confronto con la Casa Bianca.




