Il virus che viene dal mare: primo caso di infezione oculare umana da nodavirus, lo studio cinese su “Nature microbiology”
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Redazione Salute
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Sono gli oceani, lo si è capito da tempo, l’ultima frontiera inesplorata non solo per la geografia fisica ma anche per quella delle malattie infettive; eppure, nessuno aveva mai documentato prima d’ora il passaggio diretto di un agente patogeno esclusivamente marino verso l’apparato visivo dell’uomo. A rompere questo tabù scientifico è ora uno studio pubblicato sulla rivista “Nature microbiology” e condotto dal Laoshan Laboratory di Qingdao, in Cina, che ha messo nero su bianco un’associazione tanto inaspettata quanto clinicamente rilevante: quella tra il nodavirus della mortalità occulta (Cmnv), un patogeno noto per decimare pesci e crostacei, e una forma finora inspiegata di uveite anteriore persistente.
I ricercatori hanno analizzato settanta casi clinici di una patologia ribattezzata Poh-vau (uveite anteriore virale ipertensiva oculare persistente), una condizione che si manifesta con un’infiammazione cronica del segmento anteriore dell’occhio e, aspetto questo ben più temibile, un incremento pericoloso e a tratti incontrollabile della pressione intraoculare. Nei tessuti dell’iride di questi pazienti – e in alcuni campioni di umor acqueo – è stata identificata con chiarezza la presenza del Cmnv, accompagnata per di più dalla prova della sieroconversione, vale a dire la risposta immunitaria specifica dell’organismo contro quel virus. Una combinazione, quest’ultima, che ha permesso agli autori di escludere altre eziologie e di puntare il dito per la prima volta contro un ospite finora ritenuto innocuo per l’uomo.
Il meccanismo del contagio e il peso delle abitudini alimentari
Se il virus è riuscito a compiere il cosiddetto “salto di specie”, lo si deve con ogni probabilità a precise abitudini di lavoro e di consumo alimentare. Dall’analisi epidemiologica condotta dal team cinese emerge un dato percentuale che non ammette mezze misure: ben il 71,4% dei soggetti colpiti dalla Poh-vau aveva avuto una esposizione diretta e non protetta al mondo acquatico. Nello specifico, si trattava per lo più di operatori che manipolavano pesci o crostacei a mani nude – spesso in presenza di microlesioni cutanee – oppure di individui dediti al consumo abituale di frutti di mare crudi o poco cotti. Il nodavirus, insomma, sembra trovare una via di accesso privilegiata proprio in quelle circostanze in cui le barriere naturali della pelle o le normali pratiche di sterilizzazione vengono meno; e una volta entrato nell’organismo, la sua affinità per i tessuti dell’occhio si rivela sorprendentemente elevata, come del resto confermato anche dagli esperimenti in vitro su cellule epiteliali corneali umane.
Un nuovo scenario per le zoonosi: l’allarme di Bassetti
A gettare ulteriore luce sulla portata della scoperta ci ha pensato Matteo Bassetti, direttore delle Malattie infettive del policlinico San Martino di Genova, il quale non ha usato giri di parole nel definire la vicenda una “nuova frontiera allarmante” per la medicina globale. “Per la prima volta”, ha scritto l’infettivologo commentando i dati pubblicati, “un virus marino ha fatto il salto di specie, causando una grave infezione oculare con perdita della vista in un essere umano”. Ciò che più impressiona, agli occhi degli esperti, non è tanto l’esistenza di un singolo episodio di spillover, quanto piuttosto la straordinaria versatilità biologica del Cmnv: un agente patogeno in grado di infettare indifferentemente invertebrati, pesci e ora mammiferi, dimostrando un livello di adattabilità che ha di fatto spiazzato una buona parte della comunità scientifica internazionale.
I danni oculari e i rischi legati alla pressione intraoculare
Dal punto di vista clinico, l’infezione da nodavirus non somiglia affatto a una banale congiuntivite. I pazienti, come si legge nelle cartelle cliniche dello studio, sviluppano un quadro che ricorda da vicino quello del glaucoma: l’infiammazione è solo la punta dell’iceberg, mentre il vero problema è rappresentato dall’ipertensione oculare persistente, capace di comprimere il nervo ottico e di provocare, nei casi più aggressivi, danni irreversibili alla vista fino alla cecità totale. E la conferma della pericolosità del patogeno arriva anche dai modelli animali: i topi da laboratorio infettati con il Cmnv hanno infatti sviluppato la medesima reazione infiammatoria della controparte umana, con un incremento significativo della pressione endoculare e una conseguente alterazione patologica dei tessuti retinici. Una prova, quest’ultima, che ha spinto i ricercatori cinesi a lanciare un vero e proprio campanello d’allarme sulla possibilità che altri virus, fino a oggi confinati negli abissi, possano in futuro colonizzare nuovi ospiti terrestri.




