La giunta di Niamey accusa Parigi, ringrazia Mosca per la reazione all'attacco jihadista
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Redazione Esteri
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La tensione geopolitica nel Sahel, una regione da anni attraversata da instabilità e violenze, ha toccato un nuovo culmine dopo l’assalto notturno all’aeroporto Diori Hamani di Niamey, rivendicato dallo Stato islamico nel Sahara. La reazione ufficiale delle autorità di transizione nigerine, trasmessa per radio, non si è limitata a descrivere i fatti di cronaca nera, concentrandosi piuttosto su pesanti dichiarazioni diplomatiche che ridisegnano gli schieramenti nell’area. Il capo della giunta militare, il generale Abdourahamane Tiani, ha infatti espresso pubblica gratitudine verso la Russia, la cui presenza di personale è ormai consolidata nella base aerea adiacente allo scalo, per il supporto fornito durante l’incursione. Un ringraziamento che, di per sé, suona come un chiaro posizionamento strategico in un contesto dove le alleanze tradizionali sono in rapida erosione.
Le accuse alla Francia e ai vicini regionali
Quello che ha trasformato un episodio di sicurezza, seppur grave, in una crisi diplomatica di primo ordine sono state le parole seguenti, nelle quali la giunta ha attribuito precise responsabilità politiche. I presidenti di Francia, Benin e Costa d’Avorio sono stati indicati, senza mezzi termini, come i “sponsor” organizzatori dell’attacco jihadista. Un’accusa diretta e senza precedenti, che congela ogni residuale dialogo con l’ex potenza coloniale, già allontanata con forza dopo il colpo di stato dello scorso anno, e mette in guardia i paesi confinanti considerati troppo vicini agli interessi di Parigi. La dinamica dell’assalto, caratterizzato secondo ricostruzioni da droni e colpi di mortaio, e la conseguente attivazione delle difese antiaeree, lascia intuire un livello di sofisticazione e coordinazione che le autorità nigerine interpretano come il frutto di un sostegno esterno, non come il mero prodotto di cellule jihadiste autonome.
Le conseguenze immediate e il contesto regionale
Gli effetti pratici di quell’assedio notturno, durante il quale si è reso necessario evacuare sotto il fuoco anche personale internazionale, si sono fatti sentire a catena. La decisione degli Stati Uniti di ordinare l’evacuazione del personale governativo non essenziale dal Niger rappresenta un segnale tangibile della percezione di rischio crescente, che va ben oltre le dichiarazioni propagandistiche. Tale mossa, unita alla riconfermata presenza di contractor russi, delinea un panorama in cui l’influenza occidentale si ritrae ulteriormente, lasciando spazio a nuovi attori. Il controllo dello scalo internazionale di Niamey, del resto, è un obiettivo strategico di primaria importanza, non solo per il movimento di merci e persone ma, simbolicamente, per la sovranità stessa di un paese la cui rilevanza è accresciuta dalle ingenti riserve di uranio.
Uno scontro che supera la lotta al terrorismo
La narrazione proposta dalla giunta militare, quindi, sposta volutamente il focus dall’azione terroristica in sé alle sue possibili regie internazionali, inserendola nel più ampio scontro per l’egemonia nella regione. La gratitudine verso Mosca e l’accusa a Parigi diventano due facce della stessa medaglia, strumenti per legittimare il nuovo corso politico e per giustificare l’allontanamento definitivo dai vecchi partner. Le investigazioni sulle precise dinamiche dell’attacco, che hanno visto impegnate anche forze speciali nigerine, procedono in un clima di massima diffidenza verso l’esterno. Rimane il fatto che l’episodio, al di là delle rivendicazioni e delle contro-accuse, dimostra la capacità dei gruppi jihadisti di colpire il cuore delle capitali, sfruttando le fratture tra potenze globali e regionali per consolidare la propria minaccia in un’area sempre più instabile.
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