Neffa, la Turrita d’argento e quel ricordo del Livello 57: “Da bambino mi chiamavano marocchino”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Non è solo la consegna di un premio, quella che si è svolta nella mattinata di oggi nella Sala Rossa di Palazzo D’Accursio, quanto piuttosto la chiusura ideale di un cerchio iniziato quasi mezzo secolo fa. Giovanni Pellino, in arte Neffa, ha ricevuto dal sindaco Matteo Lepore la Turrita d’argento, il riconoscimento che l’amministrazione comunale riserva a chi ha contribuito in modo significativo alla vita culturale della città. E il cantautore, campano di nascita ma bolognese d’adozione da quando aveva appena otto anni, ha voluto restituire il gesto con un’immagine che pesa come un macigno nella memoria collettiva di chi quelle strade le ha percorse in anni lontani.

“Sono cresciuto in questa città – ha dichiarato Neffa durante la cerimonia – e anche questa città è cresciuta da quando sono arrivato nel 1975 e mi chiamavano ‘marocchino’”. Un’espressione, quella che rievoca un’infanzia segnata dall’alterità e da un certo grado di sospetto sociale, che il musicista ha trasformato in carburante per una delle carriere più atipiche del panorama italiano. Perché se è vero che il rap nostrano gli deve molto, è altrettanto vero che Neffa ha sempre navigato tra mondi apparentemente inconciliabili: dai centri sociali dove l’hip hop ha cominciato a mettere radici, passando per la scoperta della soul music, fino alla ribalta delle hit estive.

Dagli anni Settanta al terzo millennio, un’integrazione raccontata per strada

Il riferimento al 1975 non è casuale, né tantomeno nostalgico. In quell’anno un bambino napoletano si ritrovò a dover negoziare la propria identità in un contesto provinciale che non sempre guardava con occhi benevoli a chi arrivava da fuori. “Marocchino” era un’ingiuria che poi, col tempo, Neffa ha imparato a decodificare come spunto per una resilienza artistica fuori dal comune. Senza quel marchio, forse, non avrebbe avuto la spinta a cercare un linguaggio alternativo, quello stesso linguaggio che negli anni Ottanta e Novanta esplose nei locali occupati e nelle jam session improvvisate. La sua lezione, per come la racconta oggi, fu chiara: non aspettare di avere i mezzi, ma prenderseli. Un approccio che ha anticipato di decenni la logica del fai-da-te digitale.

La Sala Rossa come palcoscenico istituzionale per un pioniere del rap

A consegnare la Turrita d’argento è stato direttamente il primo cittadino, Matteo Lepore, che ha voluto sottolineare il legame profondo tra l’artista e il tessuto urbano. Neffa, dal canto suo, non ha nascosto un certo stupore di fronte all’onorificenza. “Non so se la mia è una carriera importante – ha commentato – ma questo riconoscimento lo è e io ne sono onorato”. Una frase che suona quasi come un paradosso, se si considera che il cantautore e produttore è universalmente riconosciuto come uno dei pionieri del rap e dell’hip hop in Italia, oltre che firma di successi indimenticabili come “Cambierà” o “La mia signorina”. Eppure, proprio in questa umiltà un po’ spaesata risiede il tratto distintivo di chi non ha mai smesso di sentirsi un outsider.

L’ultimo album “Canerandagio” e il rientro a Bologna dopo Milano

La cerimonia di oggi arriva a pochi mesi di distanza dal trasferimento a Milano, necessario per mettere a punto l’ultimo lavoro discografico, quell’“Canerandagio” che rappresenta l’ennesima svolta stilistica di una carriera irrequieta. Ma Neffa è tornato, e la città lo ha riaccolto non con lo sguardo diffidente del 1975, bensì con una targa che pesa quanto un abbraccio collettivo. Dalle vecchie case occupate del centro alla Sala Rossa di Palazzo D’Accursio, il percorso è lungo e accidentato; lui, che di strada ne ha fatta davvero, sembra aver capito prima di altri che la musica è solo il pretesto per parlare d’altro. Della difficoltà di essere accettati, per esempio. O della gioia di dimostrare, cinquant’anni dopo, che quel “marocchino” oggi riceve l’onore delle armi da chi quella città la governa.

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