Opas Intesa su Mps, il governo non trova l’intesa sul golden power. Il nodo politico frena le prescrizioni
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Redazione Economia
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L'offerta pubblica di acquisto e scambio da 30,6 miliardi di euro lanciata da Intesa Sanpaolo su Monte dei Paschi di Siena, a poco meno di un mese dall'annuncio, si trova al centro di un’impasse politica che blocca sul nascere qualsiasi ipotesi di intervento da parte del governo.
Secondo quanto si apprende, gli ultimi colloqui tra Palazzo Chigi, il Ministero dell’Economia e i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini non avrebbero prodotto i margini per un utilizzo del Golden power, lo strumento che consente all'esecutivo di porre condizioni o opporsi a operazioni che coinvolgono asset strategici nazionali.
Lo stesso ministro dell'Economia, Giancarlo Giorgetti, aveva accennato due settimane fa alla possibilità di introdurre delle “prescrizioni” per accompagnare l'operazione, ma tali ipotesi sarebbero ancora tutte da definire, in assenza di una sintesi politica sulla partita.
Il rischio di un’offerta senza freni
In assenza di un intervento chiaro da parte del governo, l'Opas lanciata da Carlo Messina, che prevede un corrispettivo di 1,6 azioni Intesa e 1 euro in contanti per ogni titolo Mps, per un premio del 12,5% rispetto alle quotazioni precedenti l'annuncio, potrebbe procedere senza il condizionamento dell'esecutivo.
La situazione appare tanto più complessa se si considera che la stessa operazione, orchestrata insieme a Unipol per eludere i rilievi Antitrust attraverso la cessione di circa 635 filiali a Bper, potrebbe essere fermata solo da un'offerta concorrente sul mercato, circostanza che al momento sembra lontana.
Lo stallo a livello politico rischia quindi di lasciare il campo libero alla sola valutazione economica dell'operazione da parte del Ministero dell'Economia, che detiene una quota residua in Mps e che, come più volte ribadito da Giorgetti, valuterà l'offerta esclusivamente in base alla massimizzazione del valore per i contribuenti, senza ulteriori filtri di natura politica.
Il confronto tra le offerte e il nodo Generali
L'operazione di Intesa, che mira a creare un colosso bancario europeo da oltre 27 milioni di clienti e con un obiettivo di utile netto superiore ai 16 miliardi entro il 2029, si scontra sul tavolo di Siena con la proposta alternativa di Banco Bpm. La fusione tra pari prospettata da Giuseppe Castagna, che punta a un polo da 50 miliardi di capitalizzazione e sinergie per 1,1 miliardi, è stata liquidata da Messina come una semplice “lettera d'amore”, priva della concretezza dell'offerta di Ca' de Sass.
Al centro delle valutazioni del consiglio di amministrazione di Mps, assistito dagli advisor Ubs e Bank of America, rimane il destino della partecipazione del 13,3% in Generali detenuta da Mediobanca, che rappresenta l'asset più ambito dell'intera operazione e che sarà sottoposto all'attenzione delle autorità di vigilanza.
Il futuro di Rocca Salimbeni
Al di là degli equilibri finanziari e delle complesse architetture societarie, lo scenario prospettato dall'Opas di Intesa e dall'accordo con Unipol mette in gioco anche il destino fisico e identitario della banca più antica del mondo. Se l'operazione dovesse andare in porto, il quartier generale di Rocca Salimbeni, la storica sede senese, rischierebbe di perdere la sua funzione di centro decisionale, aprendo un interrogativo sul ruolo futuro della città di Siena nel nuovo gruppo bancario italiano che verrebbe a crearsi dall'integrazione tra Mps e Bper.
Questo aspetto, ancora tutto da definire, aggiunge un ulteriore strato di complessità a una partita che si gioca sui mercati, ma che ha profonde radici anche nel tessuto sociale e territoriale del Paese.




