Il caffè avvelenato e la fossa già scavata: il piano (fallito) per uccidere il capo ultrà dell’Inter
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Redazione Interno
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Daniel D’Alessandro, detto Bellebuono, aveva ventinove anni quando, alla fine di agosto del 2024, bussò alla porta di Andrea Beretta, storico leader della Curva Nord dell’Inter, per rivelargli ciò che sapeva. Lo fece di nascosto, con la consapevolezza che quelle parole avrebbero cambiato tutto. "Ti convocheranno alla cascina", gli disse, secondo quanto riportato dal Corriere della Sera. "Ti offriranno un caffè avvelenato con le benzodiazepine, poi ti uccideranno". Non era una minaccia vaga: la fossa, aggiunse, era già stata scavata.
Beretta, che aveva quarantanove anni e un passato di comando negli ambienti del tifo organizzato, non sottovalutò l’avvertimento. Il piano omicida, a quanto emerso, sarebbe stato ordito da Antonio Bellocco, figlio di un esponente di spicco della ’ndrangheta di Rosarno, e da Marco Ferdico, ex membro del direttivo della Curva Nord insieme allo stesso Beretta. Le motivazioni, ancora non del tutto chiare, affondavano in una faida interna al mondo ultrà, dove alleanze e rivalità si intrecciano con dinamiche criminali.
Il 4 settembre, diciassette giorni prima che Bellebuono scrivesse in chat "Non ho più tempo", Beretta affrontò Bellocco e lo uccise a coltellate. Un gesto che, secondo gli investigatori, sarebbe stato dettato dalla consapevolezza di essere nel mirino. Le intercettazioni raccolte dalla polizia dipingono un clima di sospetti reciproci, in cui le minacce – alcune esplicite, altre sottintese – si sono trasformate in violenza. Ferdico, descritto come "l’amico dei giocatori", avrebbe aggiunto un ulteriore elemento di terrore: "Ti scioglierà vivo nella calce".




