Sandro Munari si è spento a Bologna all’età di ottantacinque anni

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il mondo dei motori piange la scomparsa di Sandro Munari, il “Drago” come era soprannominato da appassionati e addetti ai lavori, venuto a mancare oggi, sabato 28 febbraio, a Bologna dopo aver lottato a lungo contro una malattia. Con lui se ne va un pezzo di storia dell’automobilismo italiano e internazionale, un pilota il cui nome resta indissolubilmente legato alle imprese della Lancia nei rally, un’epoca – quella degli anni Sessanta e Settanta – in cui le corse su strada avevano il sapore dell’avventura pura e i piloti erano veri e propri eroi popolari. La notizia, diffusa nella tarda mattinata, ha rapidamente fatto il giro dei circoli sportivi, riaccendendo i riflettori su una carriera costellata di trionfi che hanno contribuito a scrivere pagine indelebili del motorsport, e lo hanno fatto con uno stile inconfondibile fatto di precisione e classe.

Gli esordi e la scalata al successo con la Lancia Fulvia

Nato a Cavarzere, in provincia di Venezia, nel marzo del 1940 da una famiglia di agricoltori, Munari muove i primi passi nel mondo delle competizioni nel 1963, cimentandosi con i kart, per poi passare l’anno seguente al ruolo di navigatore. Fu in quel periodo, al fianco di Arnaldo Cavallari su un’Alfa Romeo Giulia TI Super del Jolly Club, che ottenne le prime soddisfazioni, ma la sua natura era quella del conduttore, di chi la macchina la vuole guidare con le proprie mani. Convinto delle sue doti, riuscì a passare dalla parte giusta del volante, entrando nella Squadra Corse HF e iniziando un sodalizio con la Lancia che lo avrebbe reso immortale. Fu con la “Fulvietta”, dapprima la Coupé e poi la Zagato, che cominciò a mettersi in luce, vincendo nel 1966 la cronoscalata Pontedecimo-Giovi, per poi aggiudicarsi il Campionato Italiano Rally nel 1967 e nel 1969.

La consacrazione definitiva arrivò nel 1972, quando al Rally di Montecarlo, navigato da Mario Mannucci, riuscì in un’impresa che sembrava proibitiva. Alla guida di una Lancia Fulvia HF 1600, una vettura certo non equiparabile per potenza alle possenti Porsche, alle Alpine e alle Ford ufficiali, sbaragliò letteralmente la concorrenza, regalando all’Italia la prima storica vittoria in quella che è considerata la regina delle corse su strada. Quel successo, arrivato contro ogni pronostico, ne fece un eroe nazionale e aprì la strada a una serie di trionfi che avrebbero caratterizzato il decennio. Nello stesso anno, per dimostrare la sua versatilità, vinse anche la Targa Florio, una gara di velocità su circuito stradale, in coppia con Arturo Merzario su una Ferrari 312 PB, un risultato che pochi ricordano ma che ne certifica il talento cristallino al volante di qualsiasi vettura.

L’epopea della Stratos e la conquista della Coppa FIA

Se la Fulvia lo portò alla ribalta, fu con la Lancia Stratos HF, una vettura progettata su misura per i rally, che Munari scrisse i capitoli più esaltanti della sua carriera. La Stratos, con il suo motore centrale e il design compatto, era una macchina all’avanguardia per l’epoca e il “Drago” seppe interpretarne come nessun altro le potenzialità. Nel 1974 cominciarono ad arrivare le prime vittorie nel mondiale, al Rally di Sanremo e al Rideau Lakes in Canada, ma fu dal 1975 che il binomio divenne semplicemente imbattibile. In quell’anno, con la nuova Stratos, tornò a vincere il Rally di Montecarlo, bissando il successo del 1972 e iniziando una striscia di tre vittorie consecutive nel Principato che lo consegnarono alla leggenda.

Quelle del 1976 e del 1977 furono ulteriori dimostrazioni di forza, al volante di una vettura che sembrava cucita addosso al suo stile di guida, fluido e al contempo efficacissimo. Nel 1977, proprio grazie ai successi di Montecarlo e ad altri piazzamenti, Sandro Munari si aggiudicò la prestigiosa Coppa FIA Piloti, l’antesignano dell’attuale campionato del mondo piloti, un riconoscimento che ne sanciva la superiorità a livello globale. In totale, furono sette le vittorie conquistate nel campionato del mondo rally, un numero che non racconta appieno l’impatto mediatico e sportivo delle sue gesta, sempre caratterizzate da una guida pulita e mai sopra le righe, che gli permetteva di gestire situazioni al limite con una naturalezza disarmante.

Gli ultimi anni di carriera tra Fiat e incursioni nei raid

Con il pensionamento della Stratos, la carriera di Munari conobbe una nuova fase. Passato alla Fiat, corse con la 131 Abarth, ottenendo risultati di rilievo come il terzo posto al Tour de Corse nel 1978 e il sesto nel Rally della Costa d’Avorio nel 1980. Pur non potendo contare su una vettura dominante come la sua precedente Lancia, il “Drago” continuò a dimostrare la sua professionalità e la sua velocità, adattandosi a una nuova realtà e confrontandosi con una nuova generazione di piloti. Le sue ultime apparizioni nel mondiale, prima del ritiro avvenuto nel 1984, lo videro cimentarsi in imprese diverse, partecipando ad alcune edizioni del Safari Rally, la durissima gara africana che aveva più volte sfiorato senza mai riuscire a domare, e che rappresentò una sorta di ossessione sportiva. Non mancarono, in quegli anni, partecipazioni a rally raid come la Parigi-Dakar, talvolta a bordo di mezzi inusuali come la possente Lamborghini LM002, a testimonianza di una curiosità e di una voglia di mettersi in gioco che non lo hanno mai abbandonato.

Lontano dalle competizioni, Munari aveva intrapreso con successo l’attività di istruttore di guida sicura, fondando la Abarth Driving School e trasmettendo i segreti del mestiere a migliaia di appassionati presso il circuito di Balocco. La sua scomparsa lascia un vuoto incolmabile nel cuore di chi ha amato i rally di un’altra epoca, quelli delle strade chiuse al traffico e delle macchine che sbandavano sulla neve e sulla terra. Di lui restano le imprese, i sorrisi, e la memoria di un uomo che ha saputo essere, con signorilità e senza eccessi, uno dei più grandi interpreti mai visti al volante di un’auto da corsa.

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