Sandro Munari è morto, addio al Drago che domò il Montecarlo e regalò all’Italia il primo mondiale rally
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Redazione Sport
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Il rombo dei motori si è spento per sempre a Bologna, città che Sandro Munari, il “Drago” di Cavarzere, aveva eletto a suo buen retiro dopo una vita trascorsa tra curve in pieno stile e polvere di speciali. Se n’è andato all’età di 85 anni, stroncato da una lunga malattia che lo aveva provato, lasciando un vuoto incolmabile non solo nel cuore degli appassionati ma nell’intera storia dell’automobilismo italiano, quella vera, fatta di talento grezzo e macchine guidate con il cuore oltre che con le mani. Munari, che nel 2026 avrebbe compiuto 86 anni, era il pilota che aveva insegnato al mondo come si doma una Lancia, fosse essa l’agile Fulvia HF o la ribelle Stratos, e lo aveva fatto diventando il primo italiano a conquistare una corona iridata, la Coppa FIA Piloti del 1977, antesignana dell’attuale Titolo mondiale. La notizia della sua scomparsa, diffusa dalla moglie Flavia e dai figli Matteo, Alessia e Marialuce con un messaggio social che lo ritraeva mentre salutava prima di una prova speciale, ha scosso l’intera Motor Valley, quella terra emiliana che lui, veneto doc, aveva scelto per vivere in pace circondato dall’affetto di pochi intimi.
La sua storia con i rally comincia quasi per caso nel 1964, quando siede alla destra di Arnaldo Cavallari, suo mentore, come navigatore su un’Alfa Romeo Giulia TI Super del Jolly Club. In coppia vincono subito, e nel 1964 arrivano i trionfi al Rally del Portogallo e al Rally di San Martino di Castrozza, un’intesa che getta le basi per un futuro da protagonista. Ma la scintilla vera scocca quando Munari capisce che il suo destino è dall’altra parte dell’abitacolo, con le mani sul volante. Il passaggio alla Lancia, prima con la Fulvia Coupé e poi con la Zagato, lo trasforma in un predestinato. È però il gennaio del 1972 a consegnarlo alla leggenda: al volante di una Lancia Fulvia HF numero 14, color rosso, e in coppia con il navigatore Mario Mannucci, sconfigge il ghiaccio del Col de Turini e le potentissime Porsche e Alpine-Renault, regalando all’Italia la prima, storica vittoria al Rally di Montecarlo. Quell’immagine, con lui in piedi sul tetto dell’auto a stappare lo champagne, diventa l’istantanea di un’epoca, quella in cui i piloti italiani smettono di essere comprimari e diventano i padroni delle strade di tutto il mondo.
Il mito di Sandro Munari, tuttavia, non si ferma certo a quel successo monegasco, che pure rappresenta una pietra miliare per il nostro sport. Con l’avvento della Lancia Stratos, una vettura disegnata come un missile terra-terra, il Drago inanella una serie di trionfi che sembrano non voler mai finire: tra il 1975 e il 1977 vince altre tre edizioni del Montecarlo, dominando la scena mondiale e portando a casa sette vittorie iridate. La sua abilità, peraltro, non si limitava ai rally, come dimostra la vittoria alla Targa Florio del 1972, quando Enzo Ferrari in persona volle lui in squadra per condividere con Arturo Merzario una Ferrari 312 PB, un’accoppiata vincente che sancì la sua versatilità anche nelle gare di velocità pura. Alla fine degli anni Settanta, con il ritiro della Stratos, passò alla Fiat 131 Abarth, ma il suo nome restò indissolubilmente legato al biscione della Lancia, che proprio ieri lo ha omaggiato ricordando come «ha costruito il nostro mito sportivo nel mondo», una sintesi perfetta per un uomo che di quel mito era stato l’architetto principale.




