Addio a Sandro Munari, il "Drago" che ha riscritto la storia dei rally
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Redazione Sport
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Si è spento all’età di ottantacinque anni, nella sua Bologna dove ormai risiedeva da tempo, Sandro Munari: il “Drago” del rally italiano e internazionale se n’è andato sabato 28 febbraio dopo aver lottato a lungo contro una malattia che, nonostante la sua proverbiale grinta, questa volta ha avuto la meglio. La notizia, diffusa nel tardo pomeriggio, ha gelato il mondo dell’automobilismo, costringendo appassionati e addetti ai lavori a fare i conti con la perdita di uno degli ultimi veri pionieri, di quel pugno di piloti capaci di trasformare una semplice gara in un’epopea e un’automobile in un’icona pop. Nato a Cavarzere, in provincia di Venezia, nel marzo del 1940 da una famiglia di agricoltori, Munari aveva iniziato la sua avventura nel motorsport non al volante, ma seduto alla destra del pilota, facendo il navigatore per Arnaldo Cavallari nel 1964: fu proprio in sella a un’Alfa Romeo Giulia TI Super del Jolly Club che arrivarono le prime vittorie, compresa quella al Rally di San Martino di Castrozza che gli spalancò le porte di un futuro destinato a diventare leggenda. Voleva dimostrare, però, di saper guidare, di saper essere lui l’artefice del traverso, e così convinse Cavallari a farlo passare dalla parte sbagliata del sedile, quella giusta per chi ha il fuoco dentro.
Dalla Fulvia alla Stratos, la nascita di un mito inconfondibile
Il suo nome, per chiunque abbia anche solo sfiorato la passione per i motori, è indissolubilmente legato alla casa torinese, alla Lancia, e a due vetture che con lui hanno letteralmente fatto la storia: la Fulvia HF e la Stratos. Con la prima, la cosiddetta “Fulvietta”, Munari compì quella che ancora oggi è ricordata come una delle imprese più memorabili del rallysmo tricolore, la vittoria al Rally di Monte Carlo del 1972, quando al volante di una vettura certo meno potente delle avversarie ufficiali, riuscì a sbaragliare il lotto delle temibili Porsche, delle Alpine francesi e delle Ford, portando per la prima volta un pilota italiano sul gradino più alto di quella gara. Era solo l’inizio di un sodalizio vincente, perché con l’arrivo della Stratos, la vettura progettata su misura per i rally, il “Drago” trovò la sua compagna ideale: agile, potente, con quel motore Ferrari V6 centrale che la rendeva unica, dominò la scena mondiale. La sua capacità di domare la belva, di farla scivolare sulla neve e sulla terra con una precisione millimetrica, gli valse altre tre vittorie consecutive proprio a Monte Carlo, dal 1975 al 1977, e il Titolo della Coppa FIA Piloti nel 1977, l’antenato del campionato del mondo, che lo consacrò come il numero uno.
Un fuoriclasse versatile, capace di vincere su pista e sterrato
Sarebbe riduttivo, però, chiudere l’eredità di Sandro Munari dentro ai confini dei rally, perché il suo talento era talmente cristallino da permettergli di eccellere in qualsiasi disciplina. Nel 1972, lo stesso anno del primo trionfo monegasco, salì su una Ferrari 312 PB e, in coppia con Arturo Merzario, vinse la mitica Targa Florio, la corsa su strada più antica del mondo, dimostrando una versatilità che pochi altri piloti potevano vantare. Correva su pista, affrontava le cronoscalate, e quando la sua carriera nei rally volgeva al termine, non esitò a gettarsi in nuove avventure, come quelle nei rally raid africani al volante di un mastodontico e inaspettato mezzo quale il Lamborghini LM002. Questa curiosità, questa voglia di mettersi sempre in gioco, lo portarono anche a ricevere offerte per passare alla Formula 1, in particolare da parte di Frank Williams, ma Munari, uomo pratico e concreto, declinò sempre, consapevole che la sua strada, la sua dimensione, fosse quella delle strade strette e impervie, dove poteva esprimere al meglio la sua arte del “traverso”.
L’eredità del “Drago” tra ricordi e nuove generazioni
A raccontare lo spessore del campione e dell’uomo è stato, nelle ultime ore, chi quel periodo lo ha vissuto in prima linea, condividendo polvere e gloria. Cesare Fiorio, lo storico team manager della Lancia, ha voluto sottolineare come Munari sia stato il più grande pilota mai militato nelle sue file, colui che ha avuto il merito di portare il marchio ai massimi livelli in un’epoca in cui la squadra non era ancora quella macchina vincente che sarebbe diventata. Prima di lui, diceva Fiorio, gli italiani non erano famosi come i piloti nordici in questa specialità; fu Munari a ribaltare la prospettiva, a dimostrare che anche da noi si poteva non solo eguagliare, ma superare i maestri del Nord. Anche il sindaco di Cavarzere, suo compaesano, ne ha ricordato la figura con affetto, sottolineando come il “Drago” abbia portato il nome del loro piccolo comune in giro per il mondo, regalando a lui bambino, un giorno, l’ebbrezza di provare per la prima volta l’emozione del traverso. Dopo il ritiro, infatti, Munari non aveva abbandonato il mondo dei motori, dedicandosi con passione all’organizzazione di corsi di guida sicura, prima con l’Abarth Driving School a Balocco e poi altrove, trasmettendo ai più giovani quel sapere fatto di centimetri e polso saldo, quell’esperienza maturata in una vita passata al limite. Ci lascia così un uomo che non è stato solo un pilota, ma un vero e proprio eroe moderno per intere generazioni cresciute con il poster della Stratos attaccato al muro e il sogno, un giorno, di saper guidare come lui.




