È morto Sandro Munari, il "Drago" che domò la Stratos e rivoluzionò i rally

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il mondo dell’automobilismo piange la scomparsa di Sandro Munari, venuto a mancare all’età di ottantacinque anni dopo aver lottato contro una lunga malattia. La notizia, diffusa nelle ultime ore, arriva da Bologna, città dove il campione viveva, e ha rapidamente fatto il giro del mondo, suscitando l’emozione di chi lo considerava non solo un pilota, ma una vera e propria icona. Soprannominato “Il Drago”, un nomignolo che ne sintetizzava lo stile di guida aggressivo e al contempo elegante, Munari era nato a Cavarzere, in provincia di Venezia, nel marzo del 1940 da una famiglia di agricoltori, e proprio da quelle radici contadine pareva aver tratto quella concretezza e quella grinta che lo avrebbero contraddistinto. Il suo esordio nel mondo dei motori risale ai primi anni Sessanta, quando iniziò a muovere i primi passi sui kart per poi sedersi, nel ruolo di navigatore, al fianco di Arnaldo Cavallari, figura questa che ne avrebbe indirizzato la carriera: con una Alfa Romeo Giulia TI Super del Jolly Club, la coppia colse un successo immediato al Rally di San Martino di Castrozza, decretando di fatto l’inizio di un’avventura destinata a fare la storia.

Il legame di Munari con la Lancia fu talmente profondo e viscerale da diventare un tutt’uno con essa, una simbiosi perfetta tra uomo e macchina che pochi altri interpreti sono riusciti a eguagliare. Il suo approdo alla Squadra Corse HF, avvenuto nel 1966, segnò l’inizio di una relazione professionale che lo avrebbe portato a scrivere pagine indelebili, prima al volante della mitica Fulvia HF, con cui conquistò due Campionati Italiani Rally nel 1967 e nel 1969, e poi con quella Stratos, definita da molti un gioiello di tecnica e design, che divenne la sua personale firma sulle strade di tutto il mondo. Fu con la Fulvia, in coppia con Mario Mannucci, che nel 1972 ottenne una vittoria clamorosa al Rally di Monte Carlo, battendo vetture tecnicamente superiori e diventando il primo italiano a riuscirci, un’impresa che spalancò le porte a un futuro ancora più glorioso. L’anno successivo si laureò Campione Europeo, consolidando un primato tecnico che lo poneva al vertice della disciplina a livello continentale.

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