Sandro Munari è morto, addio al drago dei rally che aveva fatto sognare l’Italia
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Redazione Sport
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Il mondo dell’automobilismo piange la scomparsa di Sandro Munari, il pilota veneto capace di riscrivere la storia dei rally e di portare per primo l’Italia sul tetto del mondo. Se n’è andato a ottantacinque anni, dopo una lunga malattia che negli ultimi tempi lo aveva provato, nel suo buen retiro bolognese, la città che aveva scelto per vivere insieme alla moglie Flavia, un nome che non è certo un caso, visto che richiamava una delle Lancia con cui aveva scritto pagine indelebili di questo sport. Nato a Cavarzere, in provincia di Venezia, nel 1940, Munari aveva cominciato la sua avventura nel mondo delle corse non al volante ma come navigatore, nel lontano 1964, al fianco di Arnaldo Cavallari: già allora, con quella vittoria al Rally di Sardegna e quella al San Martino di Castrozza, si capiva che quel ragazzo veneto avrebbe fatto strada.
L’epopea della Lancia e le imprese sul Montecarlo
Il nome di Sandro Munari resta per sempre cucito addosso a quello della Lancia, una simbiosi perfetta tra un pilota e una casa automobilistica che negli anni Settanta ha dominato la scena internazionale. Fu lui, con la sua guida precisa e spettacolare, a trasformare la Fulvia HF e poi la Stratos in armi vincenti, regalando all’Italia un primato che fino a quel momento sembrava appannaggio esclusivo dei piloti nordeuropei. La sua impresa più celebre, quella che ancora oggi gli appassionati ricordano con un nodo alla gola, resta la vittoria al Rally di Montecarlo, un’impresa che qualcuno ha definito irripetibile: in realtà di successi sul principato monegasco, Munari ne ha collezionati quattro, il primo nel 1972 con la piccola Fulvia e poi tre consecutivi, dal 1975 al 1977, con la mitica Stratos, quella vettura dalle linee aggressive e dal motore Ferrari che faceva urlare i tifosi e impallidire gli avversari. E fu proprio con quella macchina, una delle più iconiche nella storia del motorsport, che nel 1977 conquistò la Coppa FIA Piloti, l’antesignano del campionato del mondo, diventando il primo italiano a riuscirci.
La versatilità di un fuoriclasse, dalle strade ai circuiti
Ciò che colpiva, in Munari, non era soltanto la velocità o il coraggio, ma una versatilità che pochi altri piloti potevano vantare. Perché il drago di Cavarzere non era uno specialista delle strade strette e innevate, ma sapeva adattarsi a qualsiasi terreno, dimostrando una capacità di lettura della gara e una sensibilità meccanica fuori dal comune. Nel 1972, lo stesso anno della prima vittoria a Montecarlo, partecipò alla Targa Florio, la leggendaria corsa su strada siciliana, e la vinse al volante di una Ferrari 312 PB, condividendo l’abitacolo con un altro mostro sacro come Arturo Merzario. Un risultato straordinario, se si pensa che si trattava di una gara di velocità su circuito, un mondo completamente diverso dai rally, eppure lui riuscì a essere competitivo e vincente anche lì, dimostrando che il suo talento non conosceva confini. Qualcuno lo ha definito il più grande pilota italiano di rally di tutti i tempi, e forse non è un’esagerazione: prima di lui, gli italiani in questa disciplina erano considerati bravi, ma non al livello degli scandinavi o dei francesi; fu lui a scardinare quel pregiudizio, a suon di traversi e di cronometro.
L’eredità di un campione, tra ricordi e passione
Dopo il ritiro dalle competizioni, avvenuto a metà degli anni Ottanta dopo aver partecipato anche a qualche rally raid con mezzi improbabili come la Lamborghini LM002, Munari non aveva abbandonato il mondo dei motori. Anzi, aveva messo la sua esperienza al servizio degli altri, dedicandosi per anni all’organizzazione di corsi di guida sicura, un modo per insegnare alle persone comuni quei segreti che lui aveva imparato sbandando sulle strade di tutto il mondo. E poi c’era il legame con Bologna, la città che lo aveva adottato, forse per la vicinanza con la Motor Valley, forse per l’affetto che i tifosi emiliani gli avevano sempre dimostrato, fin da quando, nel 1976, era stato il primo testimonial del nascente Motor Show insieme a campioni come Giacomo Agostini. Il primo cittadino di Cavarzere, nel dare la notizia della scomparsa, ha voluto ricordarlo con un aneddoto personale, raccontando di quando, da bambino, Munari lo aveva fatto salire in macchina per fargli provare l’ebbrezza del traverso: piccoli gesti che raccontano la generosità di un uomo che per i tifosi non era solo un campione, ma un mito con cui avevano condiviso emozioni autentiche. Il ricordo di quelle vittorie, di quelle imprese, resta vivido nella memoria di chi ha avuto la fortuna di vederlo guidare, e forse è questo il lascito più importante: la certezza che certe storie non si cancellano.




