La strategia della tensione iraniana nel Golfo: attacchi mirati per minare la fiducia del mercato petrolifero
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Redazione Esteri
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L’escalation degli attacchi contro il naviglio mercantile nelle acque del Golfo, e non solo, segna un cambio di passo significativo nel conflitto in corso tra Iran e forze statunitensi e israeliane. Se inizialmente lo scenario bellico sembrava circoscritto a scambi missilistici e bombardamenti strategici, la recente ondata di raid contro le petroliere introduce una variabile complessa, che punta dritta al cuore dell’economia globale: la sicurezza energetica. L’Iran, attraverso azioni mirate dei suoi pasdaran, sta di fatto riscrivendo le regole dell’ingaggio, spostando il baricentro del confronto dalla terraferma al mare e, più precisamente, alle rotte attraverso cui transita una fetta consistente dell’oro nero mondiale. Si tratta di colpi studiati per non essere solo militarmente efficaci, ma per generare un effetto moltiplicatore sull’intero sistema dei traffici marittimi.
Gli episodi più recenti, come l’attacco nel porto iracheno di Bassora che ha visto coinvolta la petroliera Safesea Vishnu — battente bandiera delle Isole Marshall e lasciata parzialmente bruciata con un membro dell’equipaggio deceduto — o i danneggiamenti nei pressi di Fujairah, negli Emirati, raccontano di una tattica precisa. L’obiettivo dichiarato non è tanto l’affondamento delle navi, quanto l’interruzione della catena logistica: colpire i depositi, gli impianti e i terminal petroliferi per costringere paesi come l’Iraq a sospendere la produzione e, di conseguenza, a ridurre l’offerta di greggio. Questo crea un effetto a catena che va ben oltre le singole zone di conflitto, alimentando l’incertezza tra gli operatori del settore e spingendo al rialzo le quotazioni, con il Brent che ha superato quota centodieci dollari al barile nelle ultime sedute. La chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz, o anche solo la sua percepita pericolosità, trasforma ogni passaggio in una scommessa, con le polizze assicurative che schizzano alle stelle e gli armatori che iniziano a evitare la rotta.
Droni a basso costo e guerra psicologica: la nuova frontiera del conflitto asimmetrico
A raccontare la portata di questa nuova fase è Virginia Pietromarchi, giornalista italiana che lavora per Al Jazeera dal Qatar, intervistata da Andrea Pancani per la trasmissione Coffee Break. La sua analisi, filtrata dall’osservatorio privilegiato di Doha, evidenzia come l’approccio iraniano si basi su un mix di tecnologia accessibile e guerra psicologica. I droni a basso costo, prodotti in serie da Teheran, rappresentano una minaccia costante e difficilmente arginabile: non serve abbatterli tutti, basta che qualcuno raggiunga il bersaglio o che i detriti cadano sugli impianti per causarne la chiusura, come già accaduto in Bahrein e in Qatar stesso, dove lo stoccaggio del gas ne ha risentito pesantemente. L’elemento chiave, come sottolineato dalla giornalista, è la volontà di minare la fiducia del mercato. Un mercato che, per sua natura, reagisce in modo quasi pavido alla sola percezione del pericolo, amplificando l’impatto di un’azione militare limitata.
Questa strategia della tensione mira a creare una “disruption” a lungo termine, un fastidio persistente che si riverbera sulle economie dei paesi vicini, anche quelli che cercano di mantenere una posizione neutrale o mediatrice, come l’Oman o gli stessi Emirati Arabi Uniti. Colpire a Fujairah, uno dei sette emirati e crocevia fondamentale per il deposito e il commercio di greggio situato al di fuori dello Stretto di Hormuz, è la dimostrazione più lampante di questa volontà di allargare il raggio d’azione. Non più solo le forche caudine dello Stretto, ma l’intera infrastruttura energetica della penisola arabica diventa un obiettivo potenziale. I raid con droni marini, barchini carichi di esplosivo, rendono obsoleta l’idea di una guerra convenzionale e aprono scenari complessi per la difesa, trasformando tratti di mare in una sorta di campo minato fluttuante.
Il prezzo della paura e il dilemma delle assicurazioni
Le conseguenze di questi attacchi sono già tangibili e vanno al di là dei picchi di prezzo del greggio. L’Iraq, secondo produttore Opec, ha visto la sua produzione meridionale crollare di circa il settanta per cento a causa della saturazione degli stoccaggi e dell’impossibilità di esportare via mare. Kuwait ed Emirati hanno ridotto l’output, intrappolati tra la necessità di vendere e il blocco virtuale delle vie d’uscita. Il nodo cruciale, però, è quello assicurativo. Come spesso accade in questi contesti, basta una minaccia credibile perché i premi per il rischio aumentino a dismisura, rendendo antieconomico il transito o, peggio, inducendo le compagnie a dichiarare il Golfo come zona di guerra, con la conseguente sospensione delle coperture. Questo è il vero punto di leva su cui l’Iran preme: se le petroliere non possono essere assicurate, non possono navigare, e se non navigano, i barili restano a terra, innescando una spirale rialzista che nulla ha a che vedere con la domanda reale.
Il mercato, in questo clima, prezza la paura, e Teheran lo sa bene. Le dichiarazioni dei comandanti militari iraniani, che minacciano di spingere il prezzo del petrolio fino a duecento dollari al barile, vanno lette in questa ottica di pressione psicologica sulle economie occidentali e asiatiche, fortemente dipendenti dagli idrocarburi della regione. Il gas qatariota, che copre una fetta importante del fabbisogno globale di Gnl, è bloccato da giorni, mettendo in difficoltà un paese che ha costruito la sua influenza proprio sulla stabilità degli approvvigionamenti. L’attacco a questo “brand” della stabilità, come lo definisce Pietromarchi, rischia di avere ripercussioni politiche e sociali incalcolabili per i piccoli Stati del Golfo, la cui ricchezza e il cui modello di sviluppo si reggono sulla capacità di attrarre investimenti in un mare di instabilità regionale.
La risposta del G7 e il nodo delle scorte strategiche
Di fronte a questa offensiva marittima, la reazione della comunità internazionale si è fatta più concreta, pur nelle sue contraddizioni. I leader del G7 hanno discusso la possibilità di istituire scorte militari per le navi commerciali, un gruppo di lavoro valuterà come scortare i mercantili attraverso il Golfo, ma la strada è in salita. L’idea di una coalizione navale internazionale si scontra con la riluttanza di molti paesi europei, che chiedono un mandato Onu o Nato e criticano la mancata consultazione prima dell’inizio delle ostilità. Il cancelliere tedesco Olaf Scholz, ad esempio, ha sottolineato l’assenza dei presupposti giuridici per un intervento tedesco, mentre altri alleati storici degli Stati Uniti nicchiano, preoccupati per le possibili ritorsioni. Intanto, Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, spinge per una linea dura e promette di “finire il lavoro”, ma deve fare i conti con l’impennata dei prezzi della benzina in vista delle elezioni di midterm.
Parallelamente, si valuta il rilascio coordinato delle riserve strategiche di petrolio. L’Agenzia Internazionale per l’Energia ha proposto un intervento senza precedenti, con 400 milioni di barili da immettere sul mercato per raffreddare le quotazioni, e gli Stati Uniti hanno già autorizzato il prelievo di 172 milioni dalle proprie scorte. Un intervento massiccio, che però rischia di essere una goccia nel mare se il blocco di Hormuz dovesse protrarsi: si parla di un quinto del petrolio mondiale che transita ogni giorno da quelle acque, una quantità che nessuna riserva può sostituire a lungo. Il timore è che si entri in una fase di stagflazione, con crescita azzoppata e inflazione alimentata dal caro-energia, uno scenario che le banche centrali temono più di ogni altro e che riporta alla memoria gli shock petroliferi del passato.




