La rappresaglia iraniana e il dilemma dei paesi del Golfo: attaccare o restare a guardare?
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Redazione Esteri
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L'onda lunga della rappresaglia scatenata dall'Iran, dopo l'uccisione della guida suprema Ali Khamenei e di decine di alti ufficiali nel bombardamento statunitense-israeliano di Teheran, sta ridisegnando gli equilibri di un'intera regione. In soli quattro giorni, Teheran ha lanciato più ordigni – tra missili balistici e droni – verso i paesi del Golfo di quanti non ne abbia diretti contro Israele nell'ultimo conflitto. Una mole impressionante di attacchi che ha colpito non solo basi militari statunitensi sparse tra Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrain e Qatar -1, ma anche infrastrutture civili, porti, aeroporti e persino hotel di lusso a Dubai, come riportano testimonianze locali, con l'obiettivo dichiarato – secondo fonti interne al regime – di far sentire il costo del conflitto a chiunque ospiti interessi americani.
Non si tratta, però, di una reazione istintiva e disorganizzata. Al contrario, emerge il profilo di una strategia a lungo meditata. Il *Financial Times* rivela, citando un alto funzionario del regime, che Khamenei e i suoi luogotenenti avevano messo a punto un piano dettagliato di escalation già dopo la guerra lampo dello scorso giugno. Un progetto, questo, basato sulla decentralizzazione del comando militare: le forze iraniane, di fatto in larga parte indipendenti e isolate, operano seguendo direttive generali impartite prima dell'attacco, rendendo la macchina bellica meno vulnerabile alla decapitazione dei suoi vertici. Il ragionamento che sottende tale strategia è chiaro e spietato: mettere alle corde gli Stati del Golfo, colpendone le vulnerabilità economiche e sociali, per trasformarli in un potentissimo gruppo di pressione su Washington, costringendo il presidente Trump a cercare una via d'uscita negoziata.
Il tallone d’Achille: l’acqua e le infrastrutture energetiche
Se le incursioni contro aeroporti e grattacieli hanno un valore principalmente psicologico e mediatico, è il mirino puntato su altri obiettivi a far precipitare l'incertezza nella regione. La vera minaccia, quella esistenziale, riguarda la sopravvivenza quotidiana di intere popolazioni. I paesi del Golfo, infatti, dipendono in modo schiacciante dagli impianti di dissalazione per il loro approvvigionamento idrico: il Kuwait ne ricava il 90% della sua acqua potabile, l'Arabia Saudita il 70% e gli Emirati Arabi il 42%. Un singolo missile preciso su una di queste strutture, spesso posizionate a terra e vulnerabili, potrebbe rendere inabitabile un'intera metropoli in pochi giorni. A ciò si aggiungono gli attacchi alle infrastrutture energetiche, come il grande impianto a gas di Ras Laffan in Qatar – che ha di fatto sospeso le esportazioni di Gnl – e una delle più importanti raffinerie saudite, con conseguenti impennate dei prezzi energetici globali. La chiusura virtuale dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita un quinto del petrolio mondiale, ha già fatto scattare l'allarme su una nuova ondata di inflazione.
Una neutralità diventata impossibile
Per le monarchie del Golfo, che per anni hanno bilanciato i rapporti con Washington e un lento riavvicinamento a Teheran, la situazione è un incubo che si avvera. Da un lato, subiscono un attacco senza precedenti che ne mette a rischio la stabilità; dall'altro, partecipare apertamente al conflitto al fianco di Stati Uniti e Israele significherebbe diventare un bersaglio ancora più legittimo per le prossime ondate di rappresaglie. Il loro dilemma è feroce: contrattaccare, come sembra suggerire il ministero degli Esteri emiratino che parla di "violazione flagrante della sovranità nazionale", o mantenere una posizione difensiva, sperando che l'operazione militare si concluda rapidamente?. Gli Emirati, che hanno subito centinaia di attacchi con vittime civili, starebbero valutando azioni dirette contro l'Iran, segno di una pazienza che potrebbe essere agli sgoccioli.
L'eredità di Khamenei e la guerra per procura
E tutto questo avviene in un quadro di vuoto di potere a Teheran, dove il Consiglio provvisorio di tre membri – composto dal presidente Pezeshkian, dal capo della magistratura Mohseni-Ejei e da un rappresentante del Consiglio dei Guardiani – cerca di gestire la transizione mentre l'Assemblea degli Esperti deve riunirsi per eleggere il nuovo leader, un'impresa resa ardua dai rischi per la sicurezza. Ciononostante, la macchina da guerra sembra procedere in automatico. I proxy dell'Iran, che nello scorso conflitto erano rimasti ai box, sono ora entrati in campo: Hezbollah ha lanciato razzi verso il nord di Israele, mentre le milizie irachene hanno preso di mira basi statunitensi a Baghdad e nel nord del paese. L'obiettivo, come ammette la stessa fonte del regime, è innescare un incendio di vaste proporzioni così nessuno possa più ignorarlo, giocando il tutto per tutto in quella che viene percepita come una battaglia per la sopravvivenza. Gli Stati del Golfo, nel frattempo, si trovano a fare i conti con una realtà inaccettabile: dopo decenni passati a prepararsi a uno scontro con l'Iran, e altrettanti a cercare di evitarlo, la guerra è infine arrivata sulla loro soglia di casa, e non è più solo una questione di politica estera, ma di pura e semplice sopravvivenza.




