Donne si nasce, a Bologna salta la presentazione del libro per le proteste femministe

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il salone di un noto circolo culturale bolognese, quello che avrebbe dovuto ospitare la presentazione del volume Donne si nasce – saggio firmato dalle filosofe Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo – è rimasto vuoto. La discussione pubblica prevista per la serata è stata annullata. A impedire lo svolgimento dell’incontro, stando a quanto ricostruito, sarebbe stata la pressione esercitata da alcuni collettivi e da singole attiviste. Queste, interpretando il Titolo dell’opera e, probabilmente, i contenuti in essa espressi, vi hanno letto una posizione distante da quella storicamente incarnata da certa filosofia della differenza. Il riferimento, per chi abbia una pur minima dimestichezza con il dibattito teorico femminista, è alla celebre frase di Simone de Beauvoir, quella secondo cui “donna non si nasce, lo si diventa”, e a tutto il portato culturale che quella massima ha generato.

La reazione del collettivo Non una di meno, che pure figura tra i soggetti mobilitatisi contro l’evento, non si è fatta attendere. Le portavoce, interpellate sulla vicenda, hanno respinto al mittente l’accusa di aver esercitato una forma di censura. Hanno parlato, piuttosto, di “legittimo conflitto politico”, quasi a voler sottolineare come la dialettica – anche aspra – delle idee rientri a pieno titolo nel perimetro di una democrazia compiuta. Insomma, un confronto, quello sollecitato, che non si intendeva affatto evitare, ma che anzi si voleva spostare dal piano dell’agiografia accademica a quello del dissenso attivo.

Dall’altra parte dello schieramento politico e culturale, invece, la valutazione è radicalmente diversa. Il ministro per la Famiglia e le Pari opportunità, Eugenia Roccella, intervenendo nel corso di una trasmissione televisiva, ha usato senza esitazioni il termine “censura”. Una parola pesante, che evoca roghi di libri e limitazioni alla libertà di espressione, e che in Italia, per ragioni storiche facilmente intuibili, suona come un allarme difficilmente ignorabile. La posizione del ministero, che pure non ha poteri diretti in una vicenda che riguarda l’organizzazione di un evento privato, assume quindi il valore di una netta presa di posizione politica in difesa della libertà di ricerca e di dibattito.

Il taglio del personale in Block, la fintech di Dorsey, per fare spazio all’intelligenza artificiale

Se a Bologna si discute di filosofia e di identità di genere, dall’altra parte dell’oceano – e, inevitabilmente, con pesanti ripercussioni anche in Europa – si consuma un’altra vicenda che parla di trasformazione culturale, sebbene in un ambito completamente diverso. La società Block, colosso finanziario fondato da Jack Dorsey, lo stesso di Twitter, ha annunciato un taglio del personale che rasenta il cinquanta per cento dell’intera forza lavoro. Quattromila persone, per la precisione, verranno lasciate a casa. Il motivo? L’azienda intende virare in modo deciso e strutturale verso l’utilizzo dell’intelligenza artificiale generativa.

Dorsey, in una lettera indirizzata ai dipendenti e poi diffusa pubblicamente, è stato piuttosto esplicito. Ha spiegato come gli “strumenti di intelligenza”, quelli che la stessa Block sta contribuendo a sviluppare, combinati con team più piccoli e orizzontali, stiano di fatto riscrivendo le regole dell’imprenditoria. La scelta di procedere con un taglio così massiccio, ha argomentato, è stata preferita all’ipotesi di riduzioni graduali e diluite nel tempo, proprio per evitare quel logoramento dell’umore aziendale e quella perdita di fiducia da parte del mercato che accompagnerebbero una lunga agonia.

La reazione dei mercati finanziari e le preoccupazioni della politica italiana

E il mercato, va detto, ha premiato la scelta. Il titolo di Block, subito dopo l’annuncio, ha registrato un balzo in avanti superiore al venti per cento. Gli investitori, evidentemente, vedono di buon occhio un’azienda che razionalizza i costi e punta sull’innovazione tecnologica, anche a costo di sacrificare migliaia di posti di lavoro. Una logica, questa, che pare ormai consolidarsi nelle cosiddette Big Tech. Amazon, Salesforce e altre realtà stanno procedendo su binari analoghi, riducendo gli organici e riallocando le risorse su progetti legati all’AI. Secondo il tracker Layoffs.fyi, solo nel 2025 il settore tecnologico globale avrebbe tagliato oltre centoventimila posti.

Di questo passo, però, a pagare il conto – e qui il discorso si fa politicamente molto spinoso – potrebbe essere il tessuto sociale nel suo complesso. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, intervenendo sulla vicenda, ha lanciato un avvertimento. Ha detto che quando la politica si accorgerà della portata del fenomeno, rischiando di trovarselo davanti come un fatto compiuto, potrebbe essere troppo tardi per governarlo. Un’ammissione implicita di quanto il passo dell’innovazione tecnologica sia ormai più veloce di quello del legislatore, il quale si trova costretto a rincorrere, spesso invano, gli effetti di processi economici globali difficilmente arginabili con strumenti nazionali. Il caso di Block, insomma, rappresenta un banco di prova e, forse, un inquietante precedente.

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