Rulli: “Il doc su Regeni di valore artistico e culturale. Le commissioni vanno riviste”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La decisione della commissione del Mic di escludere “Giulio Regeni – Tutto il male del mondo” dai contributi selettivi, lo si apprende dalle dichiarazioni rilasciate alla stampa, ha prodotto una frattura che va ben al di là del singolo finanziamento negato, toccando il nervo scoperto della credibilità delle istituzioni culturali. A sollevare il problema, con la consueta schiettezza, è Stefano Rulli, sceneggiatore e presidente di 100autori, il quale definisce la vicenda – scaturita dalla pubblicazione delle graduatorie 2026 – “una contraddizione evidente” che, di fatto, mette in discussione i criteri di valutazione, il senso stesso dell’intervento pubblico nel cinema e la composizione delle commissioni giudicatrici. “Se nemmeno le poche regole che esistono vengono rispettate, allora ci si chiede perché”, ha dichiarato Rulli, toccando un tasto dolente che le associazioni di categoria (100autori, ANAC, WGI, AIR3, AIDAC, ACMF) avevano già segnalato chiedendo un confronto urgente dopo la pubblicazione delle graduatorie.

Il caso politico e le dimissioni nella commissione

La tensione accumulatasi attorno alla mancata assegnazione dei fondi – circa 100 mila euro richiesti per la co-produzione tra Ganesh Produzioni e Fandango – è esplosa in tutta la sua forza politica quando, come anticipato da Repubblica, due membri influenti della commissione hanno rassegnato le dimissioni. Il critico cinematografico Paolo Mereghetti e lo story editor Massimo Galimberti hanno fatto pervenire le loro lettere di rinuncia all’incarico, un gesto che quest’ultimo, contattato dall’Adnkronos, ha tenuto a contestualizzare definendolo “una semplice lettera di dimissioni, dopo molti anni di lavoro” motivata da “una difformità di vedute sui criteri di valutazione delle opere”. Galimberti, lungi dal voler inscenare “un atto di polemica nei confronti della direzione generale cinema del Mic”, ha sottolineato come la questione non riguardi esclusivamente il caso Regeni, ma rappresenti il sintomo di un malessere più profondo legato alle procedure adottate. Anche Mereghetti ha confermato la scelta, parlando apertamente di “coerenza” con le proprie convinzioni, pur non essendo direttamente coinvolto nella sottocommissione che ha bocciato il documentario.

Il valore artistico e la richiesta di chiarezza in parlamento

Al centro della disputa, che ha ormai assunto i contorni di un vero e proprio caso politico con conseguenti interrogazioni parlamentari, vi è la natura stessa del documentario diretto da Simone Manetti, già presentato e riconosciuto in numerosi festival e premiato con il Nastro della legalità 2026. Il Ministero della Cultura, attraverso la propria commissione, aveva giustificato il rifiuto sostenendo che l’opera non possedesse i requisiti di qualità artistica sufficienti, né rispondesse ai criteri di rappresentazione della realtà italiana. Una motivazione, questa, che appare in netto contrasto con l’opinione prevalente della critica, la quale ha invece unanimemente riconosciuto al film – che ripercorre il calvario del ricercatore ucciso in Egitto nel 2016 – un “forte valore testimoniale” e una funzione di “memoria pubblica” difficilmente ignorabile. Le associazioni degli autori, da parte loro, hanno espresso sorpresa e rammarico per l’esclusione di un’opera considerata tra le più rilevanti, chiedendo che il ministro Alessandro Giuli fornisca chiarimenti in Aula.

La sfiducia nei meccanismi di valutazione

L’eco della vicenda ha inevitabilmente allargato il proprio raggio d’azione, investendo la credibilità dell’intero sistema di finanziamento pubblico al cinema. Il produttore Domenico Procacci, interpellato in merito, non ha esitato a definire la scelta come “un puro atto politico”, sottolineando l’assurdità di bocciare un progetto già realizzato, uscito in sala e acclamato dalla critica, laddove invece tali giudizi andrebbero espressi sulla base di un semplice soggetto o di una sceneggiatura non ancora trasformata in pellicola. Le voci critiche che si sono levate, comprese quelle di chi ha scelto di dimettersi per non partecipare a un meccanismo ritenuto distorto, pongono quindi un interrogativo inquietante: se nemmeno la notorietà e i riconoscimenti pubblici di un’opera bastano a garantirle l’accesso ai fondi, allora è l’intero impianto normativo – e la competenza di chi è chiamato ad applicarlo – a dover essere urgentemente rivisto, prima che il sospetto di una censura ideologica o di un semplice “conflitto tra bande” (come qualcuno ha ipotizzato) finisca per delegittimare irrimediabilmente l’operato del ministero.

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