Gaza torna alle urne dopo due decenni, affluenza timida nel vizio della guerra

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Sono serviti vent’anni, una guerra lunga due anni e un cessate il fuoco ancora traballante per riaprire i seggi nella Striscia di Gaza. I palestinesi, o almeno una loro frazione, hanno rimesso il voto al centro della vita civile, seppur in una formula limitata e carica di significati politici impliciti. A Deir el-Balah, cittadina nel centro dell’enclave scelta come banco di prova perché meno devastata rispetto a Khan Yunis o Rafah, si è tornati alle urne per le elezioni municipali, le prime da quando Hamas prese il controllo del territorio nel lontano 2007. È un evento che rompe un silenzio democratico durato due decenni, interrotto solo dal boato delle bombe e dalla lunga assenza di qualsiasi consultazione popolare. L’affluenza, in questo contesto, racconta però una partecipazione tiepida: nella sola Deir el-Balah, su circa 70mila aventi diritto, si sono recati ai seggi poco più di 15mila elettori, pari a un 22,6 per cento che la stessa Commissione elettorale centrale con sede a Ramallah ha definito inferiore alle aspettative. Un dato che fotografa la fatica di ricostruire non solo le case e le strade, ma anche quel legame di fiducia tra cittadini e istituzioni, logorato dalla guerra e da una gestione del potere che per anni ha escluso ogni forma di confronto elettorale.

Seggi di fortuna e inchiostro indelebile: la logistica dell’emergenza

L’organizzazione del voto ha dovuto fare i conti con le macerie lasciate dal conflitto. Non essendoci infrastrutture agibili né una rete elettrica stabile, i seggi sono stati allestiti in tendoni di fortuna e spazi aperti, con urne ricavate da materiali di recupero. La chiusura anticipata dei seggi a Gaza, avvenuta alle 17 (un’ora in meno rispetto alla Cisgiordania), è stata dettata proprio dall’impossibilità di garantire l’illuminazione necessaria per lo spoglio, costringendo gli scrutatori a lavorare sfruttando le residue ore di luce. Nonostante queste difficoltà oggettive, il gesto di infilare il dito nel calamaio ha assunto per molti un valore quasi catartico: c’è chi, come l’infermiera Huda Badawi, ha indossato l’abito buono conservato dai tempi precedenti la guerra, dichiarandosi felice di poter finalmente guardare quel segno d’inchiostro che attesta l’avvenuta votazione. Un rito semplice, eppure sconosciuto a un’intera generazione cresciuta sotto l’egida di Hamas, che fino a oggi aveva sempre nominato direttamente i membri dei consigli comunali senza alcuna mediazione elettorale.

L’assenza di Hamas e il progetto pilota dell’Anp

L’elemento che più di ogni altro ha definito la cornice politica di questa tornata elettorale è l’assenza, ufficiale, di Hamas. Il movimento islamista, che pure continua a controllare quasi la metà della Striscia (circa il 47 per cento del territorio), non ha presentato liste ufficiali né ha rivendicato alcuna affiliazione con i candidati in corsa. Una scelta che lascia aperti più di un interrogativo, specialmente sulla volontà futura del gruppo di riconoscere i risultati di questo voto o di cedere gradualmente l’amministrazione civile secondo quanto previsto dal piano di transizione sostenuto dagli Stati Uniti. L’Autorità nazionale palestinese (Anp), dal canto suo, ha gestito l’operazione come un vero e proprio “progetto pilota”. Scegliendo Deir el-Balah per tastare il polso a una società ridotta allo stremo, l’Anp – che nella Striscia non ha più alcuna giurisdizione effettiva dal 2007 – ha cercato di proiettare un’immagine di riforma e legittimità, tentando di ricucire quello strappo politico che da quasi vent’anni separa fisicamente e amministrativamente Gaza dalla Cisgiordania. La maggior parte delle liste era allineata con Fatah, il partito laico del presidente Mahmoud Abbas, mentre altre erano composte da indipendenti o da correnti minori come il Fronte popolare per la liberazione della Palestina.

L’altra faccia della medaglia: l’affluenza in Cisgiordania e lo spoglio in corso

Se a Gaza la partecipazione è stata contenuta, diverso è il quadro che emerge dalla Cisgiordania, dove pure si votava per il rinnovo dei consigli locali in 183 diverse realtà tra comuni e villaggi. La Commissione elettorale ha reso noto che l’affluenza complessiva nei territori cisgiordani ha raggiunto il 53,44 per cento, pari a 512.510 votanti su un totale di quasi un milione e mezzo di iscritti. Un dato che, sebbene lontano dai picchi di mobilitazione del passato, sorprende gli osservatori che temevano una desertificazione dei seggi a causa della disillusione generale e della stagnazione politica che attanaglia l’Anp. In molte città, tra cui Ramallah e Nablus, la competizione è stata però fittizia o inesistente: non presentandosi liste alternative o di opposizione, diversi consigli si sono aggiudicati la vittoria ancor prima dell’apertura delle urne, un segnale evidente di quel restringimento del campo politico che da anni caratterizza la vita istituzionale palestinese. In questo momento, negli uffici della Commissione a Ramallah e nei seggi sparsi per il territorio, è in corso lo spoglio delle schede. Un’operazione che si svolge alla presenza dei rappresentanti delle liste, dei candidati e di una ristretta cerchia di osservatori e giornalisti, con l’obiettivo dichiarato di garantire la massima trasparenza in un processo che, seppure limitato, rappresenta uno dei pochi esercizi democratici ancora concessi sotto l’Autorità palestinese.

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