Sanzioni Usa e Iran, lo stop agli esami linguistici e l'offensiva economica che taglia fuori gli studenti
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
La lunga scia di provvedimenti restrittivi che gli Stati Uniti hanno varato nei confronti dell’Iran sta producendo effetti collaterali inaspettati e in qualche modo silenziosi, che finiscono per colpire ambiti apparentemente lontani dal mirino della diplomazia e della finanza internazionale; e tra questi, uno dei più delicati riguarda il diritto allo studio e l’accesso alla formazione superiore per i giovani iraniani, esclusi di fatto da un circuito fondamentale come quello delle certificazioni linguistiche internazionali.
La mossa più recente, che ha provocato un cortocircuito nei percorsi di carriera accademica di migliaia di studenti, risale al 24 agosto scorso, quando l’Office of Foreign Assets Control, l’OFAC del Dipartimento del Tesoro statunitense, ha disposto la sospensione a tempo indeterminato della cosiddetta Licenza Generale G, determinando di fatto il blocco degli esami somministrati dall’Educational Testing Service, l’ETS, vale a dire il TOEFL iBT e il GRE, due tasselli imprescindibili per chiunque intenda proseguire gli studi nelle università americane o anche soltanto certificare il proprio
Livello di inglese in un contesto globale.
La stretta su criptovalute e tecnologie
Ma non è solo il comparto dell’istruzione a risentire della morsa; l’amministrazione Trump ha infatti allargato il perimetro delle sanzioni secondarie fino a includervi i settori emergenti delle criptovalute, degli asset digitali e della tecnologia avanzata, con l’obiettivo dichiarato di colpire le reti internazionali che, a vario titolo, forniscono supporto economico o logistico all’Iran.
L’iniziativa, battezzata "Operation Economic Outcast", autorizza Washington a sanzionare persone fisiche e giuridiche di qualsiasi Paese che risultino attive in determinati comparti dell’economia iraniana, oppure che si rendano disponibili a offrire servizi di supporto, estendendo così la propria giurisdizione in modo potenzialmente molto ampio e creando un clima di incertezza tra gli operatori finanziari e le aziende tecnologiche di mezzo mondo.
E non è tutto: la campagna si allarga a includere anche l’oro, l’aviazione e il trasporto marittimo, andando a toccare corde sensibili delle filiere globali e aumentando il livello di esposizione ai provvedimenti statunitensi lungo tutta la catena logistica, con conseguenze che iniziano a farsi sentire nei porti e nei centri di smistamento merci internazionali.
Il "D-Day economico" e il vertice G20
Nove giorni fa il segretario al Tesoro americano Scott Bessent aveva annunciato con toni solenni quello che lui stesso ha definito il «D-Day economico» contro l’Iran, presentandolo come la più grande offensiva finanziaria mai messa in campo e lasciando intendere che si trattasse dell’avvio di una fase cruciale nello scontro tra i due Paesi; eppure, a distanza di pochi giorni, lo stesso Bessent si è trovato a dialogare faccia a faccia con il collega russo Anton Siluanov in occasione del vertice dei ministri economici del G20, un incontro che assume un peso specifico notevole se si considera che
La Russia è uno dei due attori principali, insieme alla Cina, che stanno tentando di frenare il piano di Washington e di far fallire la strategia di strangolamento di Teheran. La diplomazia parallela che si gioca sui tavoli multilaterali, dunque, si intreccia con le misure unilaterali americane, in un gioco di equilibri in cui le minacce di asfissia economica si scontrano con gli interessi geopolitici di Mosca e Pechino, entrambe determinate a non lasciare campo libero alla superiorità finanziaria degli Stati Uniti e a difendere i propri canali commerciali con la Repubblica islamica.
La diplomazia silenziosa e i limiti dell'offensiva
In realtà, a un’analisi più attenta delle dichiarazioni rilasciate nei giorni successivi all’annuncio iniziale, lo stesso Bessent ha in parte ridimensionato la portata della sua offensiva retorica, spiegando che il "D-Day economico" rappresenta semmai più un segnale preventivo, una sorta di avvertimento che dà inizio a un periodo di «diplomazia silenziosa» tra le parti, mediata da altri Paesi, piuttosto che il via libera a una stretta immediata e totale; una precisazione che lascia intendere come, nonostante la durezza delle misure già in vigore e di quelle minacciate, ci siano ancora margini
Di manovra per un negoziato indiretto, anche se le sanzioni continuano a produrre i loro effetti sul campo e a complicare la vita non solo del regime iraniano, ma anche di quei settori nevralgici come l’istruzione e la mobilità accademica, che finiscono per essere vittime collaterali di una partita che si gioca ben al di sopra delle loro teste.
Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.
