Primo Maggio, gli scontri di Torino riaprono la ferita Askatasuna: la condanna di Lo Russo non basta alla destra

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Redazione Interno Redazione Interno   -   È stato un Primo Maggio segnato dagli scontri tra antagonisti e forze dell’ordine, nei pressi dell’ex centro sociale occupato Askatasuna. Dopo che lo spezzone sociale si è distaccato dalla testa del corteo, in piazza Castello, e ha proseguito verso corso Regina Margherita, è andato in scena un remake del 31 gennaio, anche se meno violento, per fortuna. Manganellate e bastonate – a giudicare dai filmati e dalle testimonianze raccolte – sono volate da ambo le parti, mentre i manifestanti provavano a passare dal blocco della Polizia e le forze dell’ordine rispondevano con lacrimogeni e idranti sparati sulla folla. Un gruppo di loro è addirittura riuscito ad aggirare l’edificio, tentando di raggiungere l’area retrostante, ma è stato intercettato dagli agenti in tenuta antisommossa usciti dal cancello dell’ex centro sociale. La tensione, insomma, non è mai davvero calata fino a pomeriggio inoltrato.

L’ombra del 18 dicembre e la reazione del governo

L’immobile di corso Regina Margherita 47, sgomberato lo scorso 18 dicembre dopo trent’anni di occupazione, rappresenta da mesi un simbolo per le frange più radicali dell’antagonismo torinese. Da allora, ogni ricorrenza pubblica rischia di trasformarsi in un banco di prova per la tenuta dell’ordine pubblico; e il primo maggio, chiaramente, non ha fatto eccezione. Mentre i manifestanti colpivano gli scudi con bastoni e spruzzavano sostanze irritanti, la premier ha scelto di non commentare direttamente la cronaca torinese, concentrando invece il suo messaggio sui lavoratori “veri”: quelli che, a suo dire, subiscono lo sfruttamento e i contratti pirata. “Le risorse pubbliche – ha scritto Meloni – devono andare a chi rispetta i lavoratori, non a chi sottopaga”. Una dichiarazione che, letta in controluce rispetto ai disordini, suona come una delimitazione di campo: da una parte chi produce e rispetta le regole, dall’altra chi, come i militanti di Askatasuna, “non lavora e non rispetta nulla”.

La contestazione a Lo Russo: “Ha tollerato l’intollerabile”

Se il governo ha usato toni misurati, non si può dire lo stesso del centrodestra locale. Il sindaco Stefano Lo Russo ha condannato “con estrema fermezza” gli episodi, esprimendo solidarietà alle forze dell’ordine e sottolineando come la violenza non abbia nulla a che fare con lo spirito del corteo. Ma la sua presa di distanza non ha spento le polemiche. Anzi, per Fabrizio Ricca (Lega) e Augusta Montaruli (FdI), quelle condanne suonano come un cerimoniale ipocrita: “Parte della responsabilità – ha attaccato Ricca – è di una certa sinistra che ha difeso e ospitato personaggi ormai tristemente noti”. Ancora più duro il senatore di Forza Italia Roberto Rosso, che ha dato un ultimatum al primo cittadino: scegliere da che parte stare entro una settimana, destinando l’immobile a “realtà serie” e non a fiancheggiatori degli estremisti, altrimenti si procederà al sequestro.

La mattinata delle schermaglie e il posizionamento dei sindacati

Prima ancora che gli autonomi caricassero gli agenti, la giornata aveva già offerto un assaggio di tensione politica. In mattinata, spintoni e calci sono volati tra membri del Partito Democratico e giovani del Fronte Gioventù Comunista, con questi ultimi che intonavano cori contro il PD (“Fuori dal corteo”) mentre i due gruppi si fronteggiavano a ridosso dello stesso percorso. Sono intervenuti anche i rappresentanti della FIOM per separare le parti, anche se il segretario Edi Lazzi ha puntualizzato: “I nostri militanti non hanno contestato nessuno, anzi hanno messo calma”. La differenza, insomma, sta nei metodi: mentre i sindacati tradizionali rivendicano dignità e salario giusto, per le frange antagoniste – come quelle gravitanti attorno all’ex Askatasuna – l’unico linguaggio possibile sembra essere ancora quello dello scontro frontale contro le istituzioni.

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