L’ex difensore del Torino Schuurs: “Accordo con l’Inter, poi il baratro. Dissi di non volermi svegliare più”
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Redazione Sport
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La parabola di Perr Schuurs, ex centrale olandese del Torino, rappresenta uno di quei casi in cui il destino calcistico si incrocia con la cronaca più intima e dolorosa, lontana dal luccichio dei riflettori. Da quasi tre anni, come lui stesso ha ricostruito in una lunga intervista concessa al Telegraaf, il suo ginocchio sinistro è diventato il simbolo di una carriera interrotta sul più bello, quando – casualità del destino – l’ultima partita giocata risaliva al 21 ottobre 2023 contro proprio l’Inter. Oggi svincolato, dopo aver rotto un silenzio durato due anni e mezzo, l’olandese ha scelto di raccontare senza filtri il crollo fisico e psicologico che ne è seguito, ripercorrendo anche la trattativa sfumata con i nerazzurri.
Il trasferimento all’Inter e il legamento aggiunto
Schuurs ha rivelato di aver raggiunto un’intesa di massima con l’Inter per un contratto quinquennale, con i dirigenti milanesi pronti a versare circa 30 milioni di euro nelle casse del Torino. Il club granata, però, non trovò l’accordo economico con la controparte, e il trasferimento – a un passo dalla fumata bianca – saltò. Poco dopo, lo scenario mutò radicalmente: “Mi hanno fatto un secondo intervento in artroscopia – ha spiegato – hanno aggiunto un piccolo legamento per garantire più solidità e stabilità”. Prima di quella seconda operazione, l’ex difensore aveva chiesto espressamente di verificare eventuali danni alla cartilagine, una verifica che temeva come una sentenza: “Ne avevo paura, perché la tua carriera può finire in un colpo solo”. Gli esami rassicurarono sullo stato della cartilagine, ma il dolore non accennava a diminuire.
Dal picco al baratro: “Speravo di non svegliarmi più”
Fu a quel punto, con la consapevolezza che il ginocchio non rispondeva come avrebbe dovuto, che qualcosa si ruppe dentro di lui. “Ero passato dall’apice della mia carriera e dalla fase più bella della mia vita privata – ha raccontato – nel baratro più profondo, di cui non sapevo nemmeno l’esistenza”. Il termine “baratro” non è una metafora leggera: Schuurs ha ammesso di aver raggiunto un livello di disperazione tale da confidare alla propria compagna di non volersi più svegliare al mattino. Una dichiarazione che, letta oggi, restituisce la gravità di una depressione scaturita da un infortunio che non solo ha bloccato il calciatore, ma ha azzerato anche l’uomo. Nessun dettaglio cruento, nessuna cronaca nera di facciata: solo il racconto, asciutto eppure drammatico, di chi ha visto sfumare un contratto da 30 milioni e poi la propria identità professionale.
L’odissea del ginocchio e il silenzio rotto
Da quasi mille giorni, ormai, Schuurs non gioca una partita ufficiale. L’ultima volta che ha indossato la maglia del Torino è stato in quella sfida del 21 ottobre 2023, un’ironia della sorte visto che l’avversario era proprio l’Inter con cui aveva mancato l’accordo. Per l’ambiente granata, e per chi segue il calcio italiano, la sua vicenda è rimasta impressa come un monito silenzioso: un giovane difensore promettente, arrivato in Serie A con ambizioni, fermato da un guasto meccanico al legamento che nessuna artroscopia, nemmeno la seconda, è riuscita a riparare del tutto. L’intervista al Telegraaf rappresenta la prima volta in cui Schuurs parla pubblicamente dopo due anni e mezzo di silenzio, rompendo un’omertà che spesso accompagna gli atleti – spinti a mostrarsi sempre forti, sempre in controllo. E invece il controllo è mancato, insieme alla voglia di alzarsi dal letto.
Il presente da svincolato e le cicatrici invisibili
Oggi Schuurs non ha più un contratto con il Torino, né con nessun altro club. La sua carriera è in bilico, appesa a un ginocchio che ancora lo tradisce, ma il suo racconto non cerca facili commozioni né conclusioni edificanti. Si limita a testimoniare come un accordo sfumato (quello con l’Inter, per 30 milioni) e un secondo intervento chirurgico abbiano potuto trasformare l’apice in un baratro. Le sue parole, prive di autocommiserazione, mettono in luce il lato oscuro del calcio professionistico – quello che non compare nei tabellini né nei comunicati ufficiali. E quando dice di aver sperato di non svegliarsi più, non sta offrendo una provocazione: sta descrivendo, con la lucidità di chi ha toccato il fondo, un dolore che nessuna risonanza magnetica avrebbe mai potuto visualizzare.




