Blue Origin ce l’ha fatta: il razzo New Glenn con booster riutilizzato vola e atterra in mare

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il decollo è avvenuto alle 7,25 ora locale da Cape Canaveral, in Florida – le 13,25 in Italia – e già quel primo istante, carico di attese e di tensioni tecniche, lasciava presagire una svolta. La missione, che molti osservatori del settore attendevano con prudenza (se non con un certo scetticismo), si è rivelata un successo pieno per Blue Origin, la compagnia spaziale fondata da Jeff Bezos. Il razzo New Glenn, alto novantotto metri e progettato con una logica di riuso industriale, ha trasportato in orbita un satellite per telecomunicazioni della società AST SpaceMobile. Poi, a distanza di pochi minuti dal lancio, è accaduto ciò che in questo campo rappresenta il vero banco di prova: il recupero del primo stadio, il cosiddetto booster, atterrato intatto su una piattaforma galleggiante nell’Atlantico.

Una separazione perfetta e un rientro da manuale

Dopo il decollo, i due stadi del razzo si sono separati come da copione: lo stadio superiore ha proseguito la sua traiettoria portando il carico verso l’orbita prescelta, mentre il booster – già riutilizzato, va sottolineato – è rientrato nell’atmosfera controllando velocità e assetto. Circa nove minuti e trenta secondi dopo il decollo, quel lungo cilindro metallico è venuto dolcemente a posarsi sulla piattaforma galleggiante, senza sbavature. Nessun tonfo violento, nessuna esplosione: un atterraggio che per precisione ricorda le migliori performance dei rivali di sempre, quelli di SpaceX. Ed è proprio qui, nel cuore della competizione spaziale contemporanea, che si gioca una partita decisiva.

La lunga corsa alla Luna (e chi arriverà prima)

Il successo del New Glenn non è un fatto isolato, ma s’inscrive in un quadro più ampio, quello della nuova corsa allo Spazio dove l’obiettivo dichiarato torna a essere la Luna. Dopo la missione Artemis 2, portata a termine con risultati apprezzati, l’attenzione si sposta ora sul prossimo allunaggio, previsto per il 2028. I cinesi, dal canto loro, hanno ufficialmente slittato i propri piani al 2030, ma nessuno nel settore osa sottovalutare la loro capacità di recupero tecnologico. Per tornare a calpestare il suolo lunare, però, non basta un razzo potente: serve un lander, una navicella capace di atterrare e poi ripartire, possibilmente a costi affrontabili. Su questo fronte si stanno confrontando – e scontrando – due giganti: SpaceX di Elon Musk e la stessa Blue Origin di Bezos.

Booster riciclato, ambizioni da decollo

L’elemento che rende questo lancio particolarmente significativo è proprio il riutilizzo del propulsore. Non si tratta più di un esperimento, ma di una pratica operativa: il booster che domenica è sceso sulla piattaforma nell’Atlantico aveva già volato in precedenza. E averlo recuperato in condizioni tali da poter essere eventualmente rimesso in linea rappresenta un passo avanti concreto verso quella riduzione dei costi di accesso allo Spazio che tutti gli operatori inseguono. Blue Origin, con questo risultato, dimostra di aver risolto alcuni dei problemi tecnici che avevano finora ritardato il programma New Glenn, mettendo pressione a un mercato dove i lanci commerciali e istituzionali valgono decine di miliardi.

Nessuna celebrazione retorica, però, trapela dai comunicati aziendali: c’è piuttosto la consapevolezza che la strada è ancora lunga, e che la prossima frontiera – il satellite in orbita era solo un antipasto – richiederà ritmi serrati e investimenti massicci. Intanto, dalla Florida all’Atlantico, il New Glenn ha lasciato una scia luminosa e una certezza: il riuso non è più un’eccezione, ma una regola.

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